Autore: Guido Michelini

Pensione

Pensione di vecchiaia: età, contributi e accesso

Come si va in pensione con una delle misure strutturali della previdenza sociale italiana.

Una delle misure considerate pilastro dell’intero sistema pensionistico italiano è la pensione di vecchiaia. Una misura strutturale che prevede due condizioni principali per accedere alla quiescenza, cioè il raggiungimento di una determinata soglia di contributi versati ed il contestuale raggiungimento di una determinata soglia di età anagrafica.

Insieme alla pensione anticipata, cioè alla ex pensione di anzianità, questa misura è un pilastro del sistema. La pensione di vecchiaia oggi si basa ancora su quanto fu deciso con l’avvento della Riforma Fornero. La misura negli anni ha visto cambiare i requisiti di accesso proprio in virtù della Riforma Fornero e soprattutto, in virtù del collegamento delle prestazioni pensionistiche con l’aspettativa di vita degli italiani. Ecco come si può centrare la pensione di vecchiaia nel 2020 e come la si potrà centrare a partire dal prossimo gennaio 2021.

Pensione di vecchiaia, i requisiti

Per pensione di vecchiaia si intende quella prestazione previdenziale che eroga l’INPS a lavoratori iscritti all’assicurazione generale obbligatoria (Ago), ai fondi sostitutivi, esclusivi e esonerativi sempre dell’Ago e alla gestione separata dell’INPS.

Come anticipato in premessa, la pensione di vecchiaia si centra completando la contestuale condizione di età e contributi versati. Oggi la misura si raggiunge con 67 anni di età compiuti e con almeno 20 anni di contributi previdenziali a qualsiasi titolo versati.

Quando si parla di contributi a qualsiasi titoli versati si parla anche di contribuzione figurativa come lo sono gli anni del servizio militare o le maternità, tanto per citare alcuni esempi. Per verificare quanti contributi un lavoratore ha e soprattutto per verificare se questi sono utili al raggiungimento di questa soglia di contribuzione utile e necessaria per la pensione di vecchiaia, occorre recuperare il proprio estratto conto dei contributi.

Una operazione fattibile tramite il sito INPS per chi ha il Pin dispositivo dell’INPS, la Carta nazionale dei servizi (Cns), la carta di identità elettronica (Cie) o lo Spid, il sistema pubblico di identità digitale. In alternativa gli uffici territoriali dell’INPS o i Patronati e i Caf sono a disposizione per fornire tale estratto conto ai lavoratori.

È proprio da questo documento che possono essere verificati anno per anno i contributi a nome del richiedente versati e se sono utili alla pensione (ci sono tra le note di ogni estratto conto le indicazioni di eventuali contributi non idonei alle pensioni, con la motivazione).

Pensione di vecchiaia, breve cronistoria

Come dicevamo precedentemente, è stata la legge Fornero a inasprire in generale i requisiti di accesso fissandoli immediatamente a 66 anni per gli uomini, sia lavoratori dipendenti che per lavoratori autonomi, ed a 62 anni per le donne (per le autonome o parasubordinate a 63 anni e 6 mesi e per le lavoratrici statali 66 anni).

Sempre la legge Fornero poi, ha previsto l’innalzamento di età pensionabile per le pensioni di vecchiaia in base all’aumento della vita media degli italiani, la cosiddetta aspettativa di vita certificata annualmente dall’ISTAT.

Un aumento graduale che ha come principale obbiettivo quello di parificare l’età di uscita dal lavoro tra uomini e donne e tra lavoratori di diverse categorie. Con i contributi previdenziali che sono rimasti sempre fissi alla soglia minima dei 20 anni, l’età pensionabile è salita fino ad arrivare al 1° gennaio 2019 con l’età di uscita identica per tutti e fissata a 67 anni.

Tanti ce ne vorranno anche in quest’ultima parte del 2020 ed anche nel 2021 e nel 2022, dal momento che il prossimo scatto per la stima di vita della popolazione impatterà sulla prestazione pensionistica nel 2023.

In pratica, il primo aumento dell’età pensionabile è scattato nel 2013 ed è stato di 3 mesi, il secondo aumento, stavolta di 4 mesi, è scattato il 1° gennaio 2016, il terzo adeguamento invece pari a 5 mesi è scattato il 1° gennaio 2019. Nei prossimi anni in base all’andamento delle aspettative di vita della popolazione, si capirà che scatto si avrà dal 1° gennaio 2023.

L’età pensionabile a 67 anni è diventata la stessa anche per chi può rientrare nelle deroghe Amato e nell’Opzione Dini. Si tratta delle misure in deroga alla legge Fornero che prevedono tra i tanti requisiti di cui sono composte, una soglia contributiva per uscire dal lavoro di 15 anni, ma sempre, come detto, a 67 anni di età.

Pensione di vecchiaia oggi, alcune cose da chiarire

Una cosa che occorre ribadire è che la pensione di vecchiaia per chi rientra tra le 15 categorie di lavoro gravoso previste dal governo e valide anche per Ape sociale e Quota 41 (oltre che per i lavori usuranti), si centra ancora con 66 anni e 7 mesi, perché si tratta di categorie che i legislatori hanno voluto agevolare in termini di uscita con questa misura previdenziale.

I contributi previdenziali utili a questi soggetti però non devono essere meno di 30 anni. La condizione utile a uscire dal lavoro a 66 anni e 7 mesi anziché a 67 anni è che l’attività lavorativa gravosa deve essere stata svolta per almeno sette degli ultimi dieci di attività lavorativa.

Per quanto riguarda la data di decorrenza della pensione, questa scatta dal primo giorno del mese successivo a quello in cui si raggiungono i requisiti per l’uscita dal lavoro (nessuna finestra mobile è stata prevista). Solo i lavoratori autonomi non devono per forza di cose chiudere la loro attività lavorativa per poter andare in pensione di vecchiaia. Per i dipendenti infatti è necessario che venga cessata qualsiasi attività di lavoro dipendente.

Pensione di vecchiaia nel sistema contributivo e nel sistema retributivo, cosa cambia?

Tutti i lavoratori, autonomi e dipendenti, pubblici e privati, uomini e donne, che hanno una carriera lavorativa iniziata prima del 1° gennaio 1996, possono andare in pensione fino a tutto il 2022, con 67 anni di età e 20 di contributi a qualsiasi titolo versati.

Nessuna altra condizione è richiesta per questi lavoratori che come data di inizio della carriera lavorativa rientrano nel sistema misto o nel sistema retributivo di calcolo della pensione. Si tratta dei sistemi di calcolo degli assegni previdenziali, che danno importanza alla retribuzione (specie quella degli ultimi anni di carriera) rispetto al montante contributivo.

Un sistema di calcolo che è nettamente più favorevole ai pensionati rispetto al sistema contributivo, che tra l’altro prevede una condizione in più da rispettare anche per l’accesso alla pensione di vecchiaia.

Per i cosiddetti contributivi puri, cioè per coloro che hanno il primo versamento previdenziale a partire dal 1° gennaio 1996, oltre ad avere completato i 67 anni di età e ad aver centrato i 20 anni di contributi previdenziali versati, per poter lasciare il lavoro con la pensione di vecchiaia devono avere, in sede di liquidazione della pensione, un importo dell’assegno pensionistico superiore a 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale (importo valido per l’anno di uscita dal lavoro).