Autore: Guido Michelini

Pensione

Pensione con calcolo contributivo: cosa comporta?

La guida al calcolo contributivo delle pensioni, come funziona e cosa cambia rispetto al sistema misto e retributivo

ll sistema contributivo di calcolo della pensione è il sistema che dovrebbe presto diventare l’unico con cui si calcoleranno le pensioni in Italia. Il calcolo contributivo è stato introdotto per la prima volta a seguito della Riforma delle pensioni del governo Presieduto da Lanfranco Dini. Si tratta del regime di calcolo della pensione nato nel 1995 e d in vigore dall’anno successivo proprio per via della cosiddetta Riforma Dini.

SI tratta come è evidente dal nome, del sistema di calcolo basato sui contributi versati da un lavoratore durante la sua vita lavorativa. Un sistema di calcolo che è meno favorevole ai pensionati rispetto al sistema retributivo. Ma presto come anticipato in precedenza, questo diventerà l’unico sistema di calcolo.

Infatti già oggi lo si applica interamente a chi non ha versamenti previdenziali precedenti il 1996. Inoltre lo si applica, ma a scelta dei lavoratori, in misure particolari come l’Opzione Dini o l’Opzione donna. Man mano che passano gli anni e vanno in pensione i lavoratori con anzianità antecedente il 1996 che segna l’entrata in vigore della Riforma Dini, il sistema contributivo diventa sempre più importante ed unico. Ecco come funziona il calcolo della pensione con il sistema contributivo.

Pensione con calcolo contributivo, dalla riforma Dini alla riforma Fornero

La pensione cui si ha diritto nel regime del sistema contributivo è strettamente collegata alla contribuzione versata nell’arco dell’intera vita lavorativa. Una situazione diametralmente opposta al sistema retributivo, che non considerava in maniera prioritaria i contributi versati bensì gli stipendi dell’ultimo periodo di carriera.

La riforma Dini, che introdusse questo meccanismo, si prefiggeva l’obbiettivo principale di riequilibrare nel medio lungo periodo la spesa previdenziale, dal momento che il sistema retributivo aveva portato l’Inps e quindi lo Stato a pagare più pensioni di quanto incassava di contribuzione.

La riforma delle pensioni dell’allora governo Dini ha prodotto effetti anche per gli anni successivi, cioè fino alla riforma Fornero, che ha ritoccato la materia del sistema di calcolo delle pensioni. La linea di demarcazione però ancora oggi è il 31 dicembre 1995, data che come vedremo assume una rilevanza decisiva quando si parla di calcolo delle pensioni. L’anzianità antecedente e successiva al 1996 è fattore determinante.

Per chi ha più di 18 anni di versamenti di contributi prima del 1° gennaio 1996, con la Riforma Dini godeva ancora del calcolo completamente retributivo della pensione, mentre la legge Fornero lo ha impostato fino al 31 dicembre 2011. In pratica, con la riforma Fornero, chi ha 18 o più anni di contributi versati prima della riforma Dini, può ottenere una pensione calcolata con il retributivo fino al 31 dicembre 2011, e con il contributivo per gli anni di carriera successivi.

Con la riforma Dini, chi invece aveva meno di 18 anni di contributi prima del 1996, il calcolo retributivo era ridotto solo agli anni di carriera antecedenti il 1996, mentre contributivo per gli anni successivi. La stessa cosa ha confermato la riforma Fornero. Come già detto, per chi invece ha iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995, e quindi a versare contributi, avranno una pensione calcolata con il solo sistema contributivo. Questi soggetti si chiamano contributivi puri e come ampiamente detto, man mano che passano gli anni diventano sempre di più, così come diventano sempre meno quelli che hanno più di 18 anni di contributi prima del 1996.

Come funziona il metodo di calcolo contributivo della pensione

Il sistema contributivo è una specie di salvadanaio, dove ogni mese di lavoro, il lavoratore versa con trattenute sullo stipendio, soldi per la pensione futura. Per i lavoratori dipendenti si tratta di circa il 33% dello stipendio. Questo 33% nel lavoro subordinato è diviso tra datore di lavoratore e lavoratore, nella misura del 23,81% e del 9,19%. Per via di una norma di solidarietà introdotta nel nostro ordinamento, la quota a carico del lavoratore con stipendio superiore a 47.379 euro annui sale al 10,19%, e scende al 22,81 quella a carico del datore di lavoro.

Per quanto riguarda i lavoratori autonomi, il versamento die contributi è pari al 24% per gli artigiani e al 24,09% per i commercianti. Se ci si trova alle prese con autonomi coadiuvanti under 21, l’aliquota scende al 21,90% per gli artigiani e al 21,99% per i commercianti.
Sia per autonomi che per lavoratori subordinati, i versamenti annuali vengono rivalutati a un tasso che segue l’andamento del Pil nominale e quello dell’aumento del costo della vita. La rivalutazione basata sul Pil è quinquennale, quella sul tasso di inflazione è annuale.
In parole povere, tutti i soldi versati nel salvadanaio, una volta aperto alla data di pensionamento, vengono rivalutati formando il cosiddetto montante contributivo.

Il montante contributivo, alla data di pensionamento, viene passato per dei coefficienti che sono tanto più vantaggiosi per i lavoratori, quanto più in là negli anni si chiede la pensione. Il passaggio del montante contributivo con i coefficienti determina l’importo della pensione spettante e così per esempio, citando i coefficienti validi per tutto il 2020, con 400.000 euro di montante già rivalutato, uscire a 57 anni significa percepire un assegno mensile per 13 mensilità pari a 1.292 euro (coefficiente 4.2%), mentre se si esce a 65 anni, la pensione sarà di 1.614 euro al mese sempre su 13 mensilità (coefficiente 5.245%).

Pensione con il metodo contributivo, esiste il tetto massimo pensionabile

Una cosa che pochi sanno è che nel sistema contributivo, oltre una certa soglia di versamenti, non si riceve una pensione più elevata. Infatti nel regime di calcolo contributivo esiste un tetto contributivo-pensionabile, il cosiddetto massimale. Per esempio, questo tetto per il 2020, non può superare i 33.974 euro per i lavoratori subordinati, i 25.290 per gli artigiani e i 25.383 euro per i commercianti.

Ci sono delle deroghe a questi massimali sia per i lavoratori autonomi con versamenti di contributi antecedenti il 1996 che per i lavoratori statali. Per questi ultimi infatti, un recente intervento normativo ha introdotto la facoltà di chiedere la cancellazione dei massimali per i lavoratori della pubblica amministrazione che, iscritti a forme pensionistiche obbligatorie a far data dall’1 gennaio 1996, prestano servizio in settori in cui non sono attive forme di previdenza complementare compartecipate dal datore di lavoro.

Cosa sono i coefficienti di trasformazione dei contributi in pensione

Come dicevamo prima, alla data di pensionamento il montante va moltiplicato per un coefficiente di trasformazione. Così si determina la pensione spettante. Il coefficiente cresce con l’aumentare dell’età, e quindi concedendo pensioni più alte a chi esce più tardi dal lavoro.

I coefficienti non sono fissi, ma variano ogni biennio. Questa è un’altra recente modifica normativa, perché la revisione biennale è stata introdotta nel 2019, ed ha cancellato la precedente che era su base triennale come previsto dalla riforma Fornero, che a sua volta ha sostituito con la triennale, la revisione decennale dei coefficienti che era prevista dalla riforma Dini.