Pensione a 62 anni o con 37,10 di contributi nel dl Sostegni: ecco perché non conviene a nessuno

Estendere l’uscita 5 anni prima già nel prossimo decreto Sistegni, anche il Premier pare a favore,ma il flop è dietro l’angolo.

Permettere alle aziende di rinverdire il proprio organico dipendenti e permettere allo stesso modo ai lavoratori di andare in pensione 5 anni prima rispetto alla pensione di vecchiaia o alla pensione anticipata.

A dirla così, quella che sembra essere più di una ipotesi dal momento che anche il Premier ha aperto ad un potenziamento del contratto da espansione, sembrerebbe la misura panacea di tutti i mali.

Ma ad approfondire la misura il rischio che pochi la utilizzino è davvero elevato. Ed è una cosa che molti pensano, a partire per esempio da Roberto Ghiselli, segretario confederale della CGIL.

Contratto di espansione, come funziona?

Da giorni corre voce che il governo nel decreto Sostegni bis, potrebbe inserire un provvedimento dal carattere previdenziale molto particolare. Intendiamoci, nulla a che vedere con la riforma delle pensioni, con quota 102, quota 41 e uscite alternative a quota 100.

Infatti è il contratto di espansione che potrebbe essere esteso. E molti media parlano di pensione 5 anni prima, di uscita a 62 anni o con 37,10 di contributi segnando la possibilità di sfruttare la misura per chi si trova a 5 anni di distanza da vecchiaia e anticipate. La misura già oggi esiste.

Il contratto di espansione adesso si rivolge a tre categorie di imprese. Si parte dalle grandi come dimensioni, cioè quelle con almeno 1.000 dipendenti, per poi arrivare alle imprese fino a 500 dipendenti e a quelle fino a 250.

Imprese che prevedendo una nuova assunzione ogni tre pensionamenti, potrebbero sfruttare fino a tre anni di Naspi andando a coprire i costi delle rendite mensili da erogare di prepensionati e le spese per il sostegno occupazionale.

Adesso si cerca di facilitare l’uscita agevolata dei dipendenti abbassando il limite ad imprese fino alla soglia minima di 100 addetti. Questa la novità su cui ci si adopera nel decreto Sostegni.

Ma poche imprese e pochi lavoratori sfrutteranno questo canale

Perché un lavoratore dovrebbe scegliere la via del contratto di espansione e non la Naspi e perché le aziende, a fronte di una copertura di due o tre anni relativa alla Naspi, dovrebbero sobbarcarsi fino a 5 anni di pensione da erogare ai lavoratori?

Domande lecite queste che si scontrano con quei siti e quei media che vendono la misura come una specie di panacea parlando di pensioni 5 anni prima.

E questi evidenti problemi sono alla base del fatto che per esempio, dalla Cgil, a voce del suo segretario confederale, Roberto Ghiselli, si parla di probabile flop per la misura.

La misura è evidente che sia poco conveniente per i lavoratori, soprattutto per quelli che hanno 64 o 65 anni e possono sfruttare solo un paio di anni di anticipo pensionistico.

E poi, per le aziende, mandare il lavoratore in pensione 5 anni prima, sfruttando solo 2 anni di Naspi a fronte di 5 anni di rendita da garantire ai lavoratori non appare vantaggioso.

Più o meno ciò che afferma anche il segretario Ghiselli come riporta l’Ansa. «Se non si modificano i criteri di accesso - si rischia il flop. Per le aziende pagare l’importo della pensione maturata per cinque anni recuperando l’importo della Naspi per due anni è troppo costoso. Ma se l’accordo è solo per due non conviene al lavoratore che preferirà andare in Naspi perché almeno avrà i contributi», questo testualmente ciò che dice il segretario Cgil, con un riferimento al fatto che se il lavoratore esce con la pensione di vecchiaia, l’azienda non versa i contributi per i 5 anni di anticipo e nemmeno per i due anni nel caso del 65enne. A questo punto il lavoratore potrebbe preferire la Naspi.