Autore: Stefano Calicchio

Pensione - INPS - Quota 100

Pensioni anticipate e quota 100: il punto sulla convenienza dell’acquisizione del diritto

Le regole sulla non cumulabilità della pensione tramite quota 100 con redditi da lavoro dipendente o autonomo non preclude al mantenimento del diritto, ma solo alla sospensione dell’assegno negli anni di violazione.

La quota 100 rappresenta un meccanismo di accesso anticipato alla pensione che garantisce la fruizione di un assegno a partire da 62 anni di età e con almeno 38 anni di versamenti. Si tratta di un’opzione di prepensionamento che non vede applicare alcuna penalizzazione al futuro assegno, che verrà conteggiato sulla base dell’effettiva storia contributiva registrata al momento della richiesta.

Resta però un vincolo, determinato dalla non cumulabilità dell’assegno pensionistico con altri redditi da lavoro dipendente o autonomo (se non nella forma occasionale e per un importo non superiore alle 5mila euro lorde annue). Proprio quest’ultimo punto potrebbe creare non pochi dubbi a coloro che si trovano davanti alla scelta di approfittare o meno del diritto, visto che un’eventuale ripresa dell’attività lavorativa comporterebbe la sospensione del pagamento dell’assegno.

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Pensioni flessibili, il diritto per chi viola l’incumulabilità non decade

A tal proposito è interessante sottolineare quanto evidenziato dall’Inps all’interno della recente circolare numero 117 del 2020, con la quale si mette in evidenza il funzionamento della non cumulabilità dei redditi. Nella pratica, è bene sapere che una volta acquisito il diritto alla pensione tramite la quota 100 anche un’eventuale ripresa lavorativa non comporta la cancellazione dell’assegno, ma solo la sospensione per l’anno di violazione.

In tal senso, il pensionato è chiamato a dare avviso all’Inps il prima possibile della variazione della propria situazione tramite apposita modulistica, facendo ricorso al modello AP139. L’ente previdenziale sospende quindi il pagamento della pensione, ma tale status viene confermato solo per gli anni contraddistinti dalla presenza di redditi da lavoro. Pertanto, qualora si verifichi tale situazione il diritto alla quiescenza non risulterà perso.

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