Autore: Stefano Calicchio

Ammortizzatori sociali - INPS

19
Apr

Intervista a Fabio Armiliato: «il bello ci salverà, ma servono subito risposte concrete»

Intervista in esclusiva al tenore Fabio Armiliato: al mondo dello spettacolo servono «risposte concrete e servono subito dallo Stato, come in tutte le emergenze».

Con grande onore e piacere ospitiamo su Ultimora.news Fabio Armiliato, uno dei tenori più importanti nel panorama artistico mondiale. Fabio ha da sempre dimostrato anche una grande sensibilità e disponibilità verso l’impegno sociale e si è prodigato in tal senso fin dalle prime avvisaglie della grave crisi dovuta alla diffusione di Covid-19. Così, il suo ultimo video “Miande Grende” è stato oggetto di un servizio dedicato della trasmissione “Striscia La Notizia”.

Fabio, partiamo proprio dal recente video andato in onda su Canale 5, nel quale si è dato spazio alla tua nuova canzone “Miande Grende”: puoi raccontarci qualcosa in più sull’episodio? Com’è nato il seguito della seguitissima “Canson do tampon”?

Stiamo vivendo uno dei periodi più difficili e drammatici della vita del nostro paese. Moltissime persone si sono ammalate e moltissime lavorano instancabilmente giorno e note negli ospedali per salvare vite. Da parte di tutti credo ci sia stata da subito grande attenzione verso l’emergenza e la sicurezza e quindi anche un grande senso di responsabilità nel seguire le indicazioni ricevute: siamo ormai da più di 40 giorni tutti chiusi in casa.

Per noi artisti e per chi vive a contatto col pubblico e di conseguenza per tutte quelle attività artistiche e commerciali coinvolte per indotto col mondo dello spettacolo, si è prospettato da subito e si prospetta in futuro un periodo davvero difficile; ma la creatività deve continuare ad essere sempre la nostra arma vincente per poter trovare soluzioni e soprattutto per continuare a coinvolgere tutti e a condividere quello che riusciamo a produrre con la nostra arte e con la nostra passione, sorretta dalla voglia inesauribile di voler sempre dare alle persone, di aiutarli a passare qualche momento di serenità e soprattutto anche a provare a strappare un sorriso attraverso un pò di sano buon umore magari anche contagioso.

La CANSÒN DO TAMPÒN è nata proprio all’inizio di questa epidemia ed è stata proprio portavoce di queste idee appena espresse: ha avuto tantissime visualizzazioni su Facebook e mi ha anche portato di conseguenza tanti messaggi che mi spingevano ad andare avanti con questo filone, che si proponeva anche di portare un po’ di nuovo in auge il dialetto genovese che è una vera e propria lingua ricchissima di storia e di fascino. Mi sono quindi impegnato ad approfondire proprio il discorso linguistico genovese con alcuni esperti in materia come il prof. Franco Bampi, Maurizio Daccà e l’attore Giorgio Oddone dell’associazione “A COMPAGNA” di Genova.

Per mezzo di questi contatti e con la voglia di dare un seguito alla prima canzone, è nata l’ispirazione per descrivere in un secondo brano di come… il convivere con la NOIA di dover stare tanto tempo chiusi in casa possa portare l’inevitabile conseguenza che dopo un po’ la situazione possa diventare comprensibilmente anche molto pesante. Senza cadere nella volgarità, abbiamo nella nostra lingua italiana frasi molto idiomatiche e molto usate per descrivere la “pesantezza della noia o di certe situazioni” e nelle meravigliose pieghe delle inflessioni dialettali del nostro paese, queste espressioni si possono colorire di termini e modalità davvero divertenti...

ho preso spunto da tutto questo per creare una canzone che parte alla ricerca di “Mutande Grandi” proprio per contenere gli “effetti collaterali” della noia di stare chiusi in casa. Mutande davvero grandi, proprio come quelle che usa il… GABIBBO, il famoso personaggio di Striscia la Notizia, tanto per intenderci. Questa citazione all’interno della canzone ha così aperto la strada all’attenzione di STRISCIA LA NOTIZIA, perché avevo chiesto inizialmente solo il permesso di poter “citare” il Gabibbo alla redazione di Mediaset, ma evidentemente il video è piaciuto molto a Antonio Ricci e alla sua fantastica redazione, che ha deciso di trasmettere la canzone nella puntata del 13 aprile scorso con un’anteprima imprevista, facendomi così anche una graditissima sorpresa.

Conosciamo bene il tuo profondo impegno nel sociale. L’iniziativa è infatti strettamente legata alla Fondazione Daniela Dessì che dirigi: puoi spiegare qualcosa di più sulla raccolta fondi ad essa collegata?

Come presidente della Fondazione Daniela Dessì, che si occupa di prevenzione, ho deciso di destinare tutto quello che sarà ricavato dai proventi di queste canzoni per dare un contributo agli ospedali di Brescia e di Bergamo che hanno veramente sofferto moltissimo nell’affrontare questa pandemia. È soprattutto un segnale di vicinanza e uno stimolo a sostenere la sanità, martoriata da tagli governativi assurdi negli ultimi decenni.

Questo serve poi anche come atto di solidarietà e di vicinanza verso le persone che lavorano e hanno lavorato davvero come “in trincea”, soprattutto all’inizio di questa emergenza, e che sono tutt’ora impegnate nella guerra contro questo “nemico invisibile”. Ci rendiamo conto in questi giorni quanto questa emergenza ci stia impedendo di poter vivere nella normalità e soprattutto il pensiero che questa esperienza possa condizionare pesantemente tutto ciò che concerne il ritorno ad una vita serena: essere separati, essere costretti a non poter incontrare le altre persone, ci fa capire veramente il profondo messaggio che ci arriva da questa esperienza. La bellezza della socialità e della condivisione.

Ci mancano tanto le strette di mano… gli abbracci… i sorrisi guardandoci negli occhi. Dobbiamo recuperare al più presto tutto questo, come hanno fatto in passato i nostri nonni e progenitori che hanno vissuto le grandi tragedia del passato: pandemie e grandi epidemie ci sono sempre state nella storia e l’uomo le ha sapute sempre affrontare con forza, buon senso e grande senso di responsabilità pur non avendo a disposizione le tecnologie attuali, tanto è vero che nessuna pandemia ha mai sterminato il genere umano e anzi… l’ha sempre rafforzato sia fisicamente che come conoscenza; inoltre la popolazione mondiale è cresciuta sempre di più anche in numero, fino ad arrivare alle cifre di oggi, rafforzata anche da tutte le esperienze passate proprio dai nostri avi.

Passeremo anche noi questa situazione e sono convinto che potremmo farlo prestissimo soprattutto se ritornassimo ad usare un po’ più di buon senso e, più che obbligare e forzare le persone, bisognerebbe stimolare in loro il senso del dovere e della responsabilità se provassimo realmente a far leva sul valorizzare di più il senso della vita, se riabbracciassimo di più proprio la spiritualità e iniziassimo ad apprezzare di più tutto il bello delle cose che abbiamo e che ci circondano.

E per quanto riguarda la Fondazione Daniela Dessì più in generale, puoi raccontare ai lettori com’è nata e quali scopi persegue?

La Fondazione Daniela Dessì è nata nel 2017 a pochi mesi dalla scomparsa di Daniela, che è stata la mia compagna di vita e di palcoscenico per più di 15 anni: il più grande soprano italiano a cavallo dei due secoli. La Fondazione si prefigge lo scopo di diffondere un importante messaggio di prevenzione e non solo per quello che riguarda le malattie (soprattutto quelle oncologiche come quella che purtroppo ce l’ha prematuramente strappata), ma anche in funzione della prevenzione del malessere che è la causa principale di molte delle più gravi patologie esistenti.

In questa visione noi affermiamo, con il sostegno di medici e di specialisti, che la miglior cura, che la miglior medicina per prevenire le malattie è la musica, l’arte, la cultura e tutto quello che può aiutare le persone a dare nutrimento alla propria voglia di imparare e di emozionarsi e quindi ad aiutarle a vivere meglio. La Fondazione Dessì non è una Onlus ma un’organizzazione no profit e tutto quello che raccogliamo attraverso eventi o libere donazioni viene investito in borse di studio dedicate a giovani cantanti, per aiutare enti o associazioni civili e ospedaliere che portano avanti il messaggio della prevenzione e per organizzare eventi che possano sensibilizzare le persone verso una maggior attenzione alla prevenzione stessa e al diffondere e a migliorare i messaggi culturali.

Le tre serate di GALA dedicate a Daniela Dessì hanno visto la partecipazione a titolo gratuito di grandissimi interpreti del mondo dell’opera per unire al messaggio della Fondazione, quello fondamentale dell’importanza di mantenere vivo il ricordo dei grandi interpreti italiani del melodramma (la maggior espressione musicale italiana da quasi cinque secoli) e per avvicinare all’Opera Lirica sempre più persone e soprattutto i giovani, che sono la nostra forza e il nostro futuro. Non avete idea di quanti giovani sono attratti dal mondo dell’opera e quanti vogliono “riappropriarsi” proprio dell’Opera come patrimonio inestimabile della cultura italiana nel mondo.

Torniamo per un attimo alle conseguenze dell’epidemia in corso per il mondo della lirica e più in generale dello spettacolo: già di recente hai raccolto le istanze di tanti artisti e lavoratori coinvolti nei drammatici risvolti dell’attuale crisi. Puoi descrivere quali sono le principali difficoltà a cui deve fare fronte chi opera in questo comparto?

La situazione attuale per il comparto dei lavoratori dello spettacolo dal vivo è davvero drammatica. Nessuno ovviamente si aspettava un’epidemia di queste dimensioni e soprattutto misure restrittive di queste dimensioni. Come ho già accennato sopra, il fruitore degli spettacoli dal vivo è il pubblico e quindi senza pubblico non si possono fare spettacoli.

Ci sono stati momenti difficilissimi nella storia, come per esempio durante le guerre, dove la musica rimaneva comunque tra i punti di riferimento più importanti a cui attaccarsi per poter aspirare a un futuro migliore. Ecco anche in questi momenti e soprattutto quando terminerà questa emergenza, si dovrà pensare alla musica, al teatro e agli spettacoli artistici come un mezzo di aggregazione, un mezzo per condividere di nuovo la voglia di stare insieme. Questo deve succedere al più presto sicuramente rispettando regole di responsabilità e di maggior attenzione, ma dobbiamo tornare a vivere al più presto e a vivere insieme in società e con la voglia di stare di nuovo tutti uno vicino all’altro con serenità.

La gente oggi è davvero molto spaventata, a torto o ragione: non spetta certamente a me dirlo e le analisi andranno valutate a posteriori in base proprio alla lettura approfondita e all’interpretazione dettagliata dei dati di fatto reali. Una cosa è certa: l’opera e il teatro non possono vivere su piattaforme digitali o virtuali. Lo spettacolo dal vivo, a differenza dello sport non è basato solo sul risultato “agonistico”, ma sulla qualità e niente può sostituire l’esperienza dal vivo nell’ascoltare una voce, uno strumento o un’emozione diretta. L’opera in televisione poi non ha mai funzionato se non per una funzione promozionale e divulgativa o per arrivare nelle case delle persone che non possono viaggiare o che sono malate e non possono permettersi di poter andare a teatro.

Tutti gli esperimenti fatti per far diventare l’opera un prodotto televisivo sono sempre falliti e porterebbe solo a penalizzare ulteriormente anche moltissime categorie di lavoratori come diretta conseguenza. Ai lavoratori dello spettacolo in questo momento (come purtroppo anche per altre categorie) sembra proprio mancare soprattutto la dovuta e doverosa attenzione per fronteggiare un’emergenza così difficile, per poter essere quindi aiutati economicamente subito: quando questo non succede e lo Stato non sa dare risposte adeguate per affrontare l’emergenza o ha bisogno di chiederle ad altri, chiunque essi siano, vuol dire che la situazione è arrivata ad uno stallo. Lo stato non esiste più.

In conclusione, qual è secondo te il grado attuale di consapevolezza dei decisori pubblici (ma anche del grande pubblico) rispetto alle conseguenze dell’attuale lockdown per chi si occupa di fare “arte e cultura”? Già in passato hai fatto riferimento alla necessità di avviare un’azione di sensibilizzazione rispetto a questa tematica, puoi raccontare ai lettori perché a tuo parere serve avere subito risposte concrete al riguardo?

Le risposte concrete, come ho appena affermato, servono subito dallo Stato, come in tutte le emergenze. Noi non stiamo poi vivendo un’emergenza dettata da una mera crisi economica o finanziaria: siamo in un’emergenza sanitaria che ha causato delle conseguenze precise e indiscutibili... Prese di posizione e decreti ministeriali emanati in modo tale da costringere tutti i cittadini a fermare il proprio lavoro e la propria produttività. È quindi lo stato che deve aiutare i cittadini se li ha obbligati a non lavorare... siamo tutti fermi e questa fermata obbligatoria non può essere subita da tutti senza l’aiuto concreto da parte di chi queste decisioni le ha prese in modo assolutamente legittimo e che non sono certo io a discutere. Io discuto solo le conseguenze di tutto questo. Che sono drammatiche.

Poi, per rispondere alla domanda: L’opera lirica, la musica in generale, come tutta la cultura, l’educazione, la sanità e la valorizzazione di tutto il patrimonio naturale e artistico del nostro meraviglioso paese non sembrano essere stati nei pensieri e negli obiettivi di tutta la classe politica che ci ha governato e ci sta governando da moltissimi anni. Credo che questo sia stato sempre un grave errore di valutazione perché, come ho già detto in altre circostanze, l’educazione porta alla formazione di cittadini migliori e, nel caso dei musicisti, forma professionisti preparati in grado di fare al meglio il proprio lavoro e dimostrare il proprio valore attraverso le strutture e le istituzioni musicali e teatrali in Italia e in tutto il mondo.

L’educazione è anche il mezzo per formare cittadini consapevoli e responsabili: è un grande impegno e una grande responsabilità essere un’insegnante, come lo è essere medico: sono professioni che hanno bisogno di studio, di formazione, di preparazione, di continuo aggiornamento professionale e soprattutto poi di sbocco lavorativo le cui soddisfazioni saranno sempre proporzionati al grado della preparazione ricevuta. I tagli alla sanità, alla cultura e i tagli all’educazione sono stati a mio avviso qualcosa di profondamente incivile e hanno portato conseguenze sociali tangibili. Continuare in questa ottica vuol dire soltanto far perdere gradatamente il senso di appartenenza al proprio popolo, alla propria cultura e quindi al proprio stato.

Si parla poi sempre da tanto tempo che non ci sono i soldi... per tutto… credo che ormai l’abbiamo capito. I soldi però non esistono “in natura”… Il denaro, la moneta la creano gli uomini, le nazioni e non sono altro che il mezzo con il quale uno Stato si finanzia, con cui viene retribuito chi lavora e che, una volta messa in circolazione, consente alle persone di poter acquistare beni di consumo alimentari e non, di pagare i servizi e di creare quell’economia di scambio su cui si basa tutta la nostra civiltà.

Più c’è circolazione di denaro e più esiste scambio e incremento del lavoro e quindi più distribuzione del benessere e della ricchezza. I soldi e la moneta sono quindi prodotti dal lavoro dell’uomo e dall’incremento del lavoro: domanda e risposta. Se i teatri producono bene e continuativamente con qualità, si faranno sempre più recite e la gente andrà a teatro sempre più volentieri. La qualità del prodotto proposto aumenta poi se le persone lavorano bene, se sono ben retribuite e il circolo virtuoso fa aumentare di conseguenza la domanda di avere più spettacoli: la creazione di questo circolo virtuoso dipende quindi soltanto dall’ottica in cui si fanno gli investimenti.

L’austerità in cui stiamo vivendo ormai da troppo tempo (e anche assai prima di questa emergenza), non ha portato e sicuramente non porterà invece mai a uno sviluppo dell’economia e continuerà al contrario a produrre sempre più tagli e danni irreparabili per lo sviluppo di tutte le attività, soprattutto per quelle delle arti, dell’educazione, dei servizi e quindi di tutto ciò di cui ha bisogno un cittadino per sentirsi orgoglioso di essere tale e parte di un grande progetto condiviso di nazione.

Io sono un inguaribile ottimista e credo moltissimo nel nostro Paese, nelle sue risorse e nella voglia dei nostri cittadini e delle persone di buona volontà e di buon senso di impegnarsi di nuovo a creare un senso civico di appartenenza che in questo momento forse è proprio quello che manca proprio nel nostro paese. Il bello ci salverà, ne sono certo, soprattutto se sostenuto dalla voglia di affrancarsi da tutti quei luoghi comuni a cui siamo attanagliati e incatenati e da tutti quei condizionamenti che ormai da troppo tempo impediscono a tutti noi di farci aprire di nuovo le ali per un volo ad alta quota che l’Italia merita per tutto ciò che ha, che ha prodotto e che continua a produrre nella storia di tutti i tempi in grande abbondanza.