Autore: B.A

Il dramma delle badanti: senza lavoro, senza casa e senza fondi per il coronavirus

Il decreto “Cura Italia” non prevede ammortizzatori per le badanti e molte di loro hanno già perso lavoro e vitto e alloggio

Una delle categorie di lavoratori che il decreto “Cura Italia” ha dimenticato è quella dei collaboratori domestici. Infatti tra le tante misure previste, tra bonus 600 euro, voucher servizi baby sitter e cassa integrazione, la categoria è rimasta fuori. Non ci sono ammortizzatori sociali destinati alle badanti dal decreto emergenziale del governo Conte e non ci sono nemmeno bonus e indennizzi per una tipologia di attività lavorativa tra le più vessate dall’emergenza sanitaria in corso. Sul quotidiano torinese “La Stampa”, si affrontano proprio queste problematiche, con esempi concreti di lavoratrici che adesso sono davvero sul lastrico.

Senza stipendio e pure senza un tetto dove vivere

Niente fondi e stanziamenti per i collaboratori domestici e tra questi le più penalizzate sono senza dubbio le badanti. Perché proprio loro sarebbero le più penalizzate? La risposta è da ricercare nella tipica attività da badante oltre naturalmente a delle problematiche interne a tutto il settore dei lavoratori domestici. Innanzi tutto nel settore è diffusissimo il sommerso.

Chi lavora in nero è un fantasma mentre lavora, ma lo è anche di più quando il lavoro viene perso. E nel settore sono molti i lavoratori che non sono regolarizzati. Su una platea di addetti di circa 2 milioni di lavoratori, il 60% è in nero. Inoltre, la stragrande maggioranza delle badanti presta servizio in regime di convivenza. In pratica, vivono dove lavorano, perché devono assistere anziani che hanno necessità di assistenza continuativa, di giorni e di notte e che non possono essere lasciati soli.

Ed è così che adesso che l’emergenza coronavirus ha drasticamente aumentato gli eventi di interruzione dei rapporti di lavoro, molte lavoratrici si trova senza stipendio e pure senza più il tetto dove hanno vissuto. Un dramma vero a cui di deve aggiungere che il governo non ha prodotto alcuna misura di sostegno per questa categoria di lavoratori.

Nel decreto legge 18/2020, l’esecutivo ha colpevolmente lasciato fuori dal bonus da 600 euro e dalla cassa integrazione questi lavoratori. Adesso si sta valutando l’idea di fare rientrare questi lavoratori nel reddito di ultima istanza, misura che però deve essere ancora sistemata. E per chi lavorava in nero non potrebbe nemmeno essere utile.

Il caso di Alina

Cine dicevamo, la Stampa affronta questo problema con un articolo in cui mette in luce casi concreti di questo dramma. Per esempio, si parla di Alina, una rumena di 40 anni, che ha da poco perdo il lavoro. Fino a pochi giorni fa, Alina faceva la badante assistendo un anziano e vivendo a casa dello stesso, come badante convivente, ma in nero, cioè senza regolare contratto.

L’anziano per cui lavorava adesso, con l’emergenza coronavirus, è andato a vivere a casa del figlio, che non lavora più perché la sua fabbrica longa messo in cassa integrazione per il coronavirus. La nuora invece, sempre per l’emergenza, lavora in smart working da casa. In altri termini, possono curare loro il nonno, della badante, di Alina, non c’è più bisogno. E come dicevamo la donna è senza lavoro e per di più senza casa, perché viveva a casa dell’anziano.

Questo caso secondo il quotidiano, non è un caso isolato. Molte lavoratrici si trovano nella medesima situazione di Alina, e molte sono straniere. Di colpo senza reddito, senza casa, senza Naspi perché in nero e pure senza alcun aiuto tra i tanti che il governo adesso ha varato per l’emergenza coronavirus.

I sindacati si sono già lamentati di questa anomalia, con la Filcams Cgil che ha sottolineato come sia strano che il governo non ci abbia pensato, dal momento che il numero dei lavoratori domestici, comprensivi di quelli in nero supera i metalmeccanici, segno evidente che è una categoria di lavoratori molto importante.

Purtroppo la categoria è tra le più colpite dalla crisi di queste settimane (mesi ormai), perché anche chi non a perso definitivamente il lavoro, se lo è visto sospendere con l’obbligo di sfruttare le ferie maturate o anticipate, cioè in parole povere, rimettendoci comunque un diritto sacrosanto.