Autore: Luigi Crescentini

Coronavirus

22
Mag

Coronavirus fase 2, molti bar e ristoranti scelgono di non riaprire: «Pochi clienti, non si lavora più»

Locali vuoti, pochi clienti: ristoratori e proprietari di bar scelgono di non alzare le saracinesche.

Da poco è iniziata la procedura della Fase 2: meno restrizioni, si alzano le saracinesche dei negozi e si riaprono le attività. Ma attenzione, la realtà è un po’ diversa, la riapertura purtroppo non è per tutti: circa 90 mila attività di bar, ristoranti, pasticcerie e gelaterie hanno deciso, per il momento, di restare chiusi.

Anche per un’ovvia motivazione: «Non c’è abbastanza flusso di clientela». Secondo un’indagine riportata dalla Confcommercio, nelle città di Milano, Monza ,Lodi e nella Brianza si stima che l’affluenza di clientela sia del 30% per i negozi di genere non alimentare; 28% per le attività dedicate alla cura della persona e un 20% per le attività di ristorazione.

«Quando tutto funziona qui, siamo al centro dell’economia nazionale e internazionale. Ma ora negli uffici lavorano tutti in smart working, il turismo è fermo e anche quello d’affari, noi abbiamo di fronte La Scala, che non si sa quando riaprirà, gli alberghi sono chiusi. Non vedo possibilità nell’immediato, se ne riparlerà a settembre» queste le parole dette da un proprietario di uno dei ristoranti ubicati nella zona di Milano (ristorante Galleria), pubblicate in un articolo del quotidiano «La Repubblica».

Bar e ristoranti restano chiusi: poca affluenza di clientela, i proprietari decidono di non aprire

La scelta di rimanere chiusi non viene soltanto dai locali situati nei centri storici ma anche per quelli che lavorano nella zona dei quartieri, alcuni si lamentano come il proprietario di un ristorante del quartiere Parioli di Roma, che, nonostante le riaperture, le casse rimangono vuote e senza finanziamenti, molti rischiano di chiudere e di non riaprire più. In queste circostanze possono riaprire, «senza pensieri», soltanto le aziende consolidate o che sono di proprietà.

Secondo una stima del Centro Studi Fipe-Confcommercio, il 30 % dei ristoranti e dei bar è ancora chiuso. Il direttore del Centro, Luciano Sbraga spiega che, nella maggior parte dei casi, si tratta di locali situati nei centri storici della città o di quelli che, comunque, vivono perlopiù di turismo. C’è anche una minoranza di ristoratori che sta facendo resistenza psicologica: non se la sentono di riaprire in queste condizioni ovvero, con tutte le linee guida, le regole di distanziamento, la sanificazione. «È una difficoltà giustificabile ma bisogna che si convincano che non c’è alternativa» dice Sbraga.

«Ad aprire con maggiore soddisfazione sono stati i parrucchieri che sono stati sommersi dalle richieste e che hanno lavorato alla grande. Bisogna vedere quanto dura questa condizione. I negozi di abbigliamento hanno aperto in alta percentuale. Ma le imprese hanno voglia di lavorare», sottolinea Mauro Bussoni, segretario generale Confesercenti. Una situazione alquanto difficile, quella per molti ristoratori e proprietari di bar, gelaterie e pasticcerie che preferiscono rimanere chiusi. La questione principale è che non conviene aprire con un flusso di clientela troppo basso, che non garantisce un guadagno sufficiente per coprire i costi e con il rischio di chiudere definitivamente l’attività.