Autore: Claudia Dierna

Stress - Coronavirus

«Lo stress collettivo da coronavirus»: «un virus» anche social di cui dobbiamo preoccuparci

Il Dott. Ciani ci suggerisce quale potrebbe essere «il vaccino» per contrastarlo

Nelle interviste precedenti si è affrontato il problema dello stress individuale e familiare che le persone stanno affrontando a causa della diffusione su scala nazionale e globale del coronavirus Covid-19.

Ora ci domandiamo: ma adesso che i contatti sociali esterni sono estremamente limitati, per via delle restrizioni governative imposte al fine di arginare la propagazione incontrollata della pandemia, siamo immuni dal subire sulla nostra psiche gli effetti deleteri dell’azione erosiva dello “stress collettivo” di tutti, connazionali e non, oppure il “virus dello stress collettivo da coronavirus” può viaggiare e contagiarci anche tramite social network, skype, whatsapp, etc? Vediamo cosa ci può dire il Dott. Stefano Ciani.

“Lo stress collettivo da coronavirus” come lo possiamo definire?

E’ una condizione di contagio emozionale caratterizzato dal sentirsi accomunati dalla medesima situazione di pericolo costituito dalla malattia infettiva di coronavirus Covid-19 a cui ognuno è esposto.
I fattori che contribuiscono ad alimentare lo stress collettivo sono sicuramente: l’incertezza del presente e del futuro, il senso di impotenza, il non vedere ancora attuarsi dei risultati clinici rassicuranti, la moltitudine informazioni talora non avvalorate da evidenza scientifica e la loro discordanza e, soprattutto, il non poter determinare con certezza quando ci sarà un ritorno alla normalità.

Adesso, anche per via delle maggiori limitazioni e controlli delle autorità, lo stress collettivo si manifesta con meno evidenza fuori casa, per strada, nei luoghi pubblici: “lo stress collettivo” che percepiamo in televisione, sui giornali, su internet, sui social network, su skype, su hangout e whatsapp come incide sulla nostra psiche, lo possiamo considerare virale e come possiamo difenderci?

Indubbiamente le informazioni, che riceviamo costantemente dai media, dai social e che nel tempo hanno sempre più evidenziato la gravità della situazione oggettiva attuale, hanno alimentato in noi uno stato di angoscia collettiva. A tutto ciò si aggiunge che, anche in assenza di contatti sociali di tipo fisico, gli attuali mezzi di comunicazione – skype, hangout e whatsapp - consentono di far sì che si propaghi in modo virale uno stress collettivo, anche nella stessa cerchia di amici e parenti: stress che incide sulla nostra psiche abbassando, sicuramente, le nostre difese immunitarie e determinando risposte psicologiche caratterizzate sempre più da un’ansia crescente fino ad assumere caratteristiche di panico e abbassamento del tono dell’umore.

Le difese personali che noi possiamo adottare di fronte allo stress sono del tutto soggettive legate, ripeto, alle caratteristiche della nostra personalità e al nostro vissuto, al nostro bagaglio di esperienze. Una difesa collettiva, invece, può essere data dall’astenersi da una ricerca ossessiva di informazioni e di forum che nascono da esperienze personali, le quali, a loro volta, non possono valere per tutti e, in quanto soggettive, non traggono origine dalla scientificità: tali esperienze, infatti, sono condizionate dall’indole di chi le vive e filtrate dalle proprie emozioni, mancando di validità critica oggettiva.

In conclusione va bene cercare e leggere informazioni, va bene confrontarsi con i forum ma sempre con moderazione e maturando un sano distacco critico.

Dott. Ciani può suggerirci quali sono “le frasi terapeutiche” da dire a noi stessi e agli altri, quasi fossero una sorta di “vaccino” che possa proteggerci dalla diffusione virale de “lo stress collettivo da coronavirus”?

A mio avviso le frasi terapeutiche da dirci sono insite nel significato stesso della parola “terapeutico”: quindi trasmettiamoci messaggi che portano speranza, portano fiducia nella scienza ed in definitiva in una soluzione adeguata al problema di salute che ci affligge.
Questo atteggiamento mentale positivo orientato alla fiduciosa attesa dell’attuazione del bene comune - costituito nel nostro caso dal calo della curva dei contagi, dai rimedi approntati dalla scienza per neutralizzare la diffusione del coronavirus e conseguentemente dalla fine della quarantena - potrebbe essere un utile “vaccino” affinché la gente non si deprima, non vada incontro ad una situazione di stress con tutti i suoi correlati sintomatici di ansia, tristezza, depressione, panico.

Ma in realtà come si gestisce “lo stress da coronavirus” nella comunità?

Sarebbe auspicabile che la gestione dello stress nelle comunità fosse realizzato primariamente, non dai singoli soggetti, ma dalle istituzioni che con la loro autorevolezza hanno gli strumenti di potere e comunicazione più idonei ad infondere alla collettività sicurezza attraverso informazioni chiare, realistiche e non discordanti: i governanti, infatti, in questo particolare momento storico, possono assumere, come non mai, il ruolo di un pater familias con la capacità quindi di guidare e rassicurare, allo stesso tempo, con raziocinio la propria comunità.

Un ruolo di primo piano attuabile anche attraverso l’attivazione di call center, numeri verdi, con funzione di assistenza informativa da parte di volontari e di supporto psicologico da parte di terapeuti, psicanalisti e specialisti, che può essere forse meglio gestito, a livello locale, dalle istituzioni della sanità regionale in conformità di un unico piano di azione nazionale.

Da parte dei singoli è consigliabile assumere un forte presa di posizione improntata sulla fiducia ed sul rispetto delle norme, che alimenti la consapevolezza di star vivendo, anche come comunità, una situazione di ordine e stabilità crescente destinata a sfociare nella completa normalizzazione della nostra vita, una volta che le ricerche mediche porteranno ad una soluzione definitiva della piaga sanitaria e ormai anche sociale del Covid-19 .

Dottor Ciani, secondo lei vivere collettivamente un disagio che ha la medesima causa, come succede in questo caso di grande paura collettiva globale del contagio del coronavirus Covid-19, ci aiuta ad affrontarlo meglio o alimenta il nostro malessere?

Vivere collettivamente una situazione di pericolo in linea di principio ha l’effetto di cementare il senso di appartenenza e di unità, sentimenti questi indispensabili per affrontare un nemico comune, in questo caso anche invisibile.

Oggi noi come razza umana, proprio perché afflitta dalla stessa emergenza sanitaria, dobbiamo assumere un’identità comune sentendoci tutti sempre più coesi verso un medesimo obiettivo: la fine della pandemia. L’identità comune è sempre stata necessaria per superare guerre e calamità naturali, quindi un nemico comune, umano e/o naturale, come in questo caso.

In conclusione, secondo me, questa identità comune fa si che il singolo non si senta solo, abbandonato, isolato ed emarginato dalla società nell’ affrontare la problematicità che la situazione attuale di crisi globale comporta.

Questa situazione di comune pericolo di contagio, secondo lei Dottore, può avere l’effetto positivo di sensibilizzarci nei confronti del bene comune, spesso ignorato o sottovalutato nella vita di tutti i giorni in condizioni di normalità e potremmo essere anche più sensibilizzati a prestare maggiori attenzioni nei confronti di chi ci sta vicino, prima più trascurato?

Credo che in ogni condizione di trauma collettivo è proprio la problematicità della situazione generale a spingere la società a perseguire ed incentivare la ricerca comune di una soluzione finalizzata non solo al bene del singolo individuo ma al bene di tutti. In questi frangenti è necessario che emerga una maggiore attenzione all’altrui esigenza tacitando anche quella normale quota di egoismo che solitamente utilizziamo nella quotidianità, al fine di tutelare al meglio il bene comune, il bene di tutti particolarmente e forse anche maggiormente sentito in queste situazioni di crisi generale.

Quando subentra nella nostra vita un evento destabilizzante per tutti, come quello attuale della diffusione del coronavirus, la risposta sociale più spontanea e naturale non può che essere il potenziare i canali della solidarietà e spostare l’attenzione al bene anche del prossimo, al fine di far fronte comune ad un male comune che può colpirci tutti quanti indistintamente, male costituito, in questo caso particolare, della pandemia sia sotto forma di terrore psicologico del pericolo di contagio che come contrazione della malattia vera e propria.

Ovviamente in contingenze come quella che stiamo vivendo, la forza di una reazione sociale positiva e propositiva nei confronti dell’altro deve sempre fare i conti con la predisposizione caratteriale e la sensibilità personale e soggettiva degli individui: le persone particolarmente egoiste prima della pandemia con molta probabilità potrebbero rimanere tali anche dopo.
In aggiunta, si pensi a tutti i fenomeni di sciacallaggio sempre avvenuti durante eventi catastrofici naturali, si pensi a terremoti, inondazioni, calamità naturali in genere, nonché si tengano presente anche tutti i tentativi di truffa, anche informatica, messi in atto da malintenzionati da quando è scattato l’ordine della quarantena.

Comunque, in linea di principio, il dolore generale per la situazione attuale che stiamo vivendo può far sì che nasca una sensibilizzazione collettiva maggiore verso il prossimo proprio perché il dolore è comune, non risparmia nessuno, talora è subdolo nella sua esplosione drammatica e per questo richiama ad un maggiore interesse anche verso l’altro non solo verso se stessi.

In conclusione quello di cui abbiamo parlato comporta un riconoscersi in un’unica identità sociale, un’identità di gruppo, un senso di appartenenza collettiva che genera una risposta collettiva solidale nell’affrontare un problema comune: esempi di reazioni comunitarie solidali sono dati, in questa particolare situazione di emergenza, da donazioni anche sostanziose agli ospedali, alla Croce Rossa, alla Protezione Civile, dalla scelta aziendale della Ferrari di convertire la produzione di macchine in produzione di respiratori, lo stesso vale per il marchio di alta moda Armani che attualmente ha adibito la catena di produzione alla realizzazione seriale di grembiuli e tute sanitarie, si pensi poi alle numerose iniziative di volontariato condominiale da parte di vicini di casa che consegnano gratuitamente la spesa a domicilio agli anziani e a chi è in difficoltà, alla consegna di cibo ai senzatetto e ancora citiamo i cesti alimentari di solidarietà “chi può dare dia e chi ha bisogno prenda” e tante altre manifestazioni di solidarietà diffusamente documentabili.