Autore: Claudia Dierna

Depressione

22
Apr

Come sostenere psicologicamente il personale sanitario ospedaliero che in prima linea combatte il Coronavirus?

Il Dott. Stefano Ciani ci aiuta a comprendere lo stato d’animo di chi sta vivendo la tragedia della pandemia del coronavirus Covid-19 in prima persona come un soldato al fronte perché combatte eroicamente ogni giorno per sostenere i malati e salvare vite umane, sottraendole alle tenaglie della malattia e della morte.

Dottor Ciani, secondo lei come stanno vivendo questa situazione davvero difficile le persone che combattono il coronavirus Covid-19 direttamente in trincea, in prima linea, perché appartenenti al personale medico socio- sanitario infermieristico ospedaliero dove avvengono i ricoveri dei contagiati che tentano di curare in ogni modo?

Raccontare lo stato d’animo altrui soprattutto se riferito alla condizione pandemica che stiamo vivendo non è facile e talora si rischia di scivolare su considerazioni ovvie forse anche troppo auto-riferite. Se poi pensiamo che situazioni così drammatiche, inaspettate e potenzialmente letali hanno fatto fiorire in modo esponenziale riflessioni, considerazioni, opinioni e commenti da parte delle più svariate istituzioni, psichiatri, psicologi, sociologi e scienziati in genere, si azzarda di essere ridondanti e ripetitivi senza aggiungere alcunché a quello che da più parti è stato detto.

Una ulteriore considerazione è quella che il momento storico che stiamo vivendo ci ha fatto conoscere attraverso gli innumerevoli mezzi di informazione personalità del mondo scientifico che oggi con le loro argomentazioni influenzano e dettano nuovi stili esistenziali a prescindere dalle loro reali competenze.

All’opposto poi esistono “i silenziosi” coloro che hanno una visibilità solo per il ruolo che svolgono e parlo soprattutto del personale sanitario che è in trincea a contrastare quotidianamente gli effetti dolorosi che il Covid-19 produce: a loro andrebbe un plauso quotidiano, un riconoscimento che va ben oltre “stanno facendo il loro dovere”.

No, questo non è solo un dovere professionale, il dovere professionale fa parte della quotidianità della professione. Quando però questa nel suo attuarsi mette costantemente a repentaglio la stessa vita di chi opera allora si va oltre il dovere, si entra in un contesto esistenziale più ampio, più profondo dove emergono le disposizioni interiori di ognuno.

Non penso che parlare di eroismo, di estremo atto di generosità, sia eccessivo. Rischiare la propria vita per il bene altrui è eroismo, gli eroismi, anche non dovuti, impongono sempre una temporalità definita e circoscritta, se poi l’atto eroico diventa quotidianità senza un preciso termine, senza una giusta fine allora anche l’eroe può cadere nello sconforto e nella rassegnazione. E’ facile quindi che emerga la fragilità umana anche negli eroi che si può tradurre in disagio psicologico ed in malattia.

Penso che il personale sanitario tutto nell’affrontare questa drammaticità ha il sacrosanto diritto di considerarsi eroe e merita il nostro applauso. Se talora poi mostra segni di cedimento il nostro applauso deve essere ancora più fragoroso. Ecco lo stato d’animo di questi sanitari silenziosi che si colora allo stesso tempo di eroismo e fragilità.

Quanto è pesante lo stress ed il carico di tensioni emotive generate dalla necessità di trovare il prima possibile soluzioni organizzative improvvisate per curare le persone superando le difficoltà oggettive dell’elevato numero di ricoveri dei contagiati - superiore alla capacità della struttura ospedaliera- mancanza di mascherine, della strumentazione medico-chirurgica, dei posti letti, dei reparti attrezzati di respiratori di terapia intensiva etc, il tutto causato da una realtà emergenziale sanitaria imprevedibile ed inaspettata esplosa senza che istituzioni ed ospedali fossero preparati?

Se consideriamo che il personale sanitario - che si oppone a questa guerra dove il nemico è visibile per i segni che procura - affronta il pericolo con armamenti insufficienti, con mezzi sanitari inferiori a quelle che possono essere le richieste, allora il senso di frustrazione e di sconfitta potrebbero emergere in modo preoccupante generando ansia, stress, depressione senso di inutilità.

Oggi ci accorgiamo di quanto sia stata depredata la sanità pubblica con la chiusura di ospedali, con la mancanza di un ricambio generazionale nei sanitari, tanto che in questo momento storico stiamo chiedendo a specializzandi ed anche a studenti dell’ultimo anno di medicina di scendere in campo con contratti a tempo e neanche un riconoscimento di un contratto a tempo indeterminato.

Ecco questo rende ancora più conto della precarietà in cui il personale sanitario si trova ad operare. Lavorare nella precarietà e nella ristrettezza dei supporti sanitari uniti alla costante preoccupazione per la propria salute e talora con la scarsa evidenziazione dei risultati sono propellenti psicologici deficitari che possono generare segni clinici preoccupanti quali ansia generalizzata, disturbo post traumatico da stress, depressione, con tutte le conseguenze che questi disturbi comportano.

A quale tipo di stress sono sottoposti e quali problematiche anche dal punto di vista psicologico ed emotivo pensa siano più esposti e come gestirle?

Abbiamo già detto che lo stress soprattutto protratto nel tempo è il generatore di patologie psicologiche anche gravi quali ansia generalizzata, fobie, depressione reattiva, abusi alcolici e comportamenti disorganizzati quali anche stati paranoicali.

In alcuni casi lo stress genera rabbia e fa emergere anche comportamenti violenti che prima erano tacitati da situazioni esistenziali confortevoli. Penso alla problematicità che la persona sottoposta a stress possa portare in famiglia, con la conseguenza di separazioni, contrasti, talora anche violenze familiari. Situazioni comunque queste non comuni e che emergono in condizioni familiari già precarie.

Gestire tutto ciò vuol dire dare supporto psicologico sia al personale sanitario e sia immancabilmente alla famiglia, cosa da non sottovalutare affatto. Permettergli di operare sempre al meglio dandogli tutto il supporto organizzativo possibile, non lasciarlo solo, dandogli la possibilità di un giusto riposo, facendogli intravedere sempre la grande utilità del loro lavoro, aiutarlo con informazioni che infondano sempre speranza. Salvaguardare il personale sanitario vuol dire salvaguardare noi stessi, non solo loro.

Sono sicuramente sottoposti alla forte pressione psicologica del terrore e della paura costante di essere contagiati : cosa può dirci a riguardo e quali consigli potrebbe dare per affrontare al meglio la loro battaglia quotidiana?

La risposta a questa domanda in parte è stata già data, sicuramente il terrore di essere contagiati e la pressione a cui è sottoposto il personale socio-sanitario si attenua sempre più con tutte le precauzioni medico sanitarie di cui devono essere dotati per operare al meglio.

La pressione a cui si è sottoposti deve essere spalmata nel gruppo di lavoro, non lasciare quindi il personale ad operare da solo. Dopo ogni turno di lavoro a mio avviso dovrebbe esserci un momento di decompressione dato dalla condivisione dei risultati positivi che fungono da viatico.

Come possono gestire il peso della sofferenza del distacco dalle loro famiglie e amicizie, il loro isolamento familiare e sociale forzato dettato da innumerevoli ed estenuanti ore di lavoro che portano via la loro quotidianità, il tempo libero, lo svago, i momenti di riposo e gioia?

Puntualizziamo che il personale che sta in prima linea nell’affrontare la pandemia non è assolutamente detto che non debba avere contatti con la propria famiglia a meno che non sia contagiato dal virus e non sia in regime di ricovero.

Detto questo, la gestione della ipotizzata quarantena del personale sanitario non credo che si discosti dalla gestione della quarantena di qualsiasi persona che venga sottoposta ad analoga misura e di conseguenza l’isolamento è relativo in quanto avviene nell’ambito della propria abitazione.

Nel caso ci sia la necessità del ricovero i problemi psicologici oltre ad essere legati alla malattia stessa, alla lontananza dai familiari sono legati anche all’idea di un ritorno in prima linea che potrebbe essere più difficile da affrontare da un lato e dall’altro, però, potrebbe indurre a sperare in una acquisita immunità.

Come possono gestire emotivamente e psicologicamente la frustrazione, lamentata giustamente da alcuni di loro, di essere emarginati socialmente e trattati come “untori” dalla società che li plaude sicuramente per il loro eroico lavoro, ma a distanza, perché teme che possano essere veicolo di contagio del coronavirus in quanto più esposti al pericolo, considerato lo stretto contatto quotidiano con i malati di coronavirus?

Purtroppo i pregiudizi si possono evidenziare in vari contesti ed anche nella situazione attuale non sono mancati episodi espulsivi che nascono comunque non solo dall’intolleranza e dalla mancanza di solidarietà nei confronti di chi sta svolgendo un’alta funzione sociale ma anche da quella comprensibile paura e timore insito nell’animo umano della ipotizzata contagiosità.

Proprio per evitare questi pregiudizi, però, le istituzioni dovrebbero fornire informazioni scientifiche chiare, univoche non soggette a personali interpretazioni da parte dei mass media, rassicurando le persone che vengono a contatto con il personale operativo nella sanità, attraverso una massiva divulgazione della notizia fondamentale che i membri del personale socio-sanitario ospedaliero sono sottoposti a controlli clinici periodici.

Il sanitario da altra parte gestisce le proprie frustrazioni con la consapevolezza che tali situazioni eccezionali possono comportare dei pregiudizi e dei comportamenti emarginanti. Penso che ciò comunque è l’ultimo problema del sanitario.

Si tenga anche presente che nei reparti di malattie infettive sono sempre esistite e continuano ad esserci molte altre malattie infettive oltre al Covid-19.

Come gestire il malessere e la sofferenza, la depressione di stare così a contatto con la morte? Sono preparati ad affrontare decessi sistematici mietuti dal coronavirus grazie al tipo di professione che svolgono oppure non abbastanza?

Già nell’operare quotidiano l’idea consapevole che il paziente può morire è insita nel personale sanitario. Si viene a creare così una sorta di “immunizzazione emotiva” nei confronti dell’ineluttabilità degli eventi che non sempre possono essere gestiti.

Tuttavia in questo particolare frangente si può sommare all’impatto emotivo, che comunque in parte residua in loro in quanto umani come noi, la maggiore percentuale di decessi ed il fatto che non esiste tuttora un protocollo terapeutico in grado sicuramente di portare a remissione i sintomi del contagio.

Il malessere, la sofferenza, la depressione del personale socio-sanitario nascono oggi dal veder talora vanificati i loro sforzi quotidiani laddove subentrino complicanze a cui la scienza non è in grado di opporsi.