“La Sumera” di Valentino Zeichen, primo romanzo di uno dei più grandi poeti italiani viventi

“La Sumera” di Valentino Zeichen, primo romanzo di uno dei più grandi poeti italiani viventi

“La Sumera”: primo romanzo per Valentino Zeichen, il poeta vivente riconosciuto come uno dei più grandi in Italia.

“La Sumera” (Fazi 2015, pp. 156) di Valentino Zeichen è il romanzo rivelazione dell’autore, nato a Fiume nel 1938 e da sempre residente a Roma, considerato uno dei più grandi poeti italiani viventi, vincitore nel 1999 del Premio Il Fiore di Chiesina Uzzanese - la sua prima antologia poetica Area di rigore è stata pubblicata nel 1974.

“Sbucò da un vicolo cieco, asfaltato, accelerando sui quarantacinque gradi della svolta per entrare furtivo nella consolare via Flaminia”.

Nel bel romanzo scritto per scommessa che ha come sfondo gli anni Settanta, ambientato vicino a dove vive lo stesso autore nella città di Roma, vi è il triangolo amicale formato dai quarantenni Ivo, Mario e Paolo.

A loro volta le mirabili gesta di questi “tre moschettieri” si muovono all’interno di un quadrilatero di luoghi romani: via Flaminia, viale delle Belle Arti, Villa Giulia, sede del Museo Etrusco e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Al centro di tutto c’è una donna a volte preda a volte predatrice ma sempre misteriosa.
Ivo incontra “La sumera”, dai profili del viso ricopiato “geneticamente da una madre votata a fisionomie sumere e fatti dono alla figlia”, per la prima volta all’interno del Museo le cui vetrate si affacciano sulla rigogliosa e verdeggiante bellezza monumentale di Villa Borghese.

Ivo, che è ancora scosso dalla visione della giovane dalla giacca rossa da amazzone e dai capelli castano chiaro, l’indolente Mario e Paolo non si trovano all’interno della Galleria per ammirare i quadri ma piuttosto per chiacchierare di tutto e nulla comodamente seduti nel divano in velluto beige a doppia spalliera che “soccorreva la stanchezza degli intenditori svogliati”.

Di che cosa parlano i nostri eroi, “vecchi ragazzi”, ma soprattutto come trascorrono le loro giornate?
Si racconteranno i sogni di gloria svaniti da un pezzo, gli anni perduti che non ritorneranno mai più, pieni di stagioni vuote e senza senso, in una Roma indifferente, svogliata e quanto mai moraviana. I tre amici si lasciano vivere indifferenti, a caccia di ragazze raggiungibili e non, frequentando vernissage magari per rifocillarsi al buffet, andando per mostre varie e studi d’artista criticando e sentenziando.

Mario, Ivo e Paolo conoscono tutti ma in fondo non conoscono nessuno, alla domanda “cosa fai?” che un personaggio femminile del romanzo rivolge all’arguto e sempre pronto alla battuta fulminante Mario, quest’ultimo risponde in un barlume di lucidità che

“ogni generazione ha bisogno di campioni fallimentari per documentarsi su ciò che non ha funzionato. Noi siamo questo, facciamo un lavoro da cavie, promuoviamo studi sociologici, stimoliamo la ricerca, ti par poco?”.

Forse solo l’apparizione di una donna dal volto che appartiene “all’arte dello scolpire e non del dipingere”, potrebbe essere in grado di scuotere dal loro torpore questi tre vitelloni di città che si sono autocostretti in una vita che non è già più fellinianamente dolce.

“Una orientale, mesopotamica, volto grande, labbra grosse, occhi verdi.
Una grande figura, molto bella. Così l’ho vista io”

ha dichiarato recentemente in un’intervista lo scrittore e poeta Zeichen, figura originale e anticonformista specchio del pittoresco luogo (mitica baracca composta da un laboratorio/ giardino) nel cuore di Roma sulla via Flaminia nel quale vive, riferendosi alla sua creatura di carta di un libro che è già in odore di Premio Strega.

Per chi è nato a Roma è impossibile resistere alla tentazione di camminare nei luoghi dei protagonisti: partenza dalla consolare via Flaminia, prima sosta la “stimata Filarmonica”, per passare dall’incrocio con viale delle Belle Arti, percorrere la suggestiva strada alberata sovrastata dai Monti Parioli, dove Ivo dà appuntamento alle donne, superare la “massiccia facciata” di Villa Giulia e approdare infine alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, sede di un fatale incontro.

“Le gesta dei tre moschettieri vivono immortali, transvolando di fantasia in fantasia nella serie di generazioni. Chi avesse in mente di suggerire al loro orecchio il da farsi, o indagasse sul movente di quell’avventuroso agire, non otterrebbe risposta, dovendo essi mantenere segreti pensieri ed esplicite solo le azioni”.

Valentino Zeichen.