Presidenziali Francia 2017: cosa comporterebbe per il Paese la presidenza di Macron?

Elezioni Francia 2017: Emmanuel Macron è attualmente il candidato favorito per le presidenziali francesi. Ma cosa significherebbe la sua presidenza per la Francia?

L’insolita corsa elettorale in Francia è tutt’altro che finita, ma c’è un evidente favorito: il 39enne ed ex ministro dell’Economia Emmanuel Macron ha attualmente più del 60% delle probabilità di diventare il prossimo presidente francese, secondo i recenti sondaggi.

Dopo aver presentato ufficialmente il suo programma due settimane fa, Macron è risultato il più convincente anche nel primo confronto televisivo tra i candidati avvenuto lunedì sera.

Ma cosa significherebbe realmente per la Francia la vittoria di Macron alle presidenziali 2017?

Presidenziali Francia 2017: l’ascesa di Emmanuel Macron

A un primo sguardo, l’eventuale presidenza di Macron comporterebbe benefici per tutti: si tratta infatti di un pro-globalizzazione, un pro-immigrazione, un europeista, un candidato pro-riforma che si rivolge sia alla destra che alla sinistra. Macron è il beniamino dei media tradizionali e la speranza di molti elettori sia del settore socialista che del centro-destra.

Ma i fan di Macron si troverebbero di fronte a un brusco risveglio se la loro guida percorresse fino alla fine la strada per il Palazzo dell’Eliseo, che rappresenterebbe per lui il primo incarico come leader eletto.

Sulla carta, Macron come presidente avrebbe poteri decisionali sugli affari esteri che Donald Trump può solo sognare, grazie alla generosità della costituzione della Quinta Repubblica. Potrebbe negoziare con le potenze straniere, ratificare i trattati e decidere di entrare in guerra, il tutto senza dover consultare il Parlamento. Il globalista ed ex banchiere sarebbe immediatamente accolto dalle Nazioni occidentali come un partner che potrebbe fare queste cose.

Il fronte interno, invece, è molto più complicato. Il presidente francese nomina il Primo Ministro e molte altre figure di rilievo nel governo, con un processo semplice se la maggioranza parlamentare è del partito del Presidente, il quale ha anche il compito di controllare l’agenda legislativa. Ma il nascente Partito En Marche! di Macron non ha mai messo in campo dei candidati alle elezioni, incluso lo stesso Macron. Tuttavia, è probabile che un certo numero di deputati socialisti cambierà bandiera. In ogni caso, i partiti tradizionali in Francia si stanno spaccando e questa elezione probabilmente produrrà un Parlamento frammentato e «chiassoso», invece di uno dedito ai temi all’ordine del giorno.

Anche se Macron riuscisse a piegare il Parlamento alla sua volontà, la domanda più importante è se il suo programma possa sopravvivere al di fuori della campagna elettorale. È difficile sopravvalutare la sfida che dovrà affrontare il prossimo Presidente. I disordini sono tutt’altro che superficiali in molte aree, la disoccupazione giovanile è una piaga per il tessuto sociale; da decenni ormai, i tentativi falliti di creare posti di lavoro e di assimilare gli immigrati, combinati con le frequenti rivelazioni riguardo la pubblica corruzione, ha allontanato gli elettori dalla politica tradizionale. Molti professionisti istruiti e imprenditori sono fuggiti a Londra, Bruxelles e altre città estere.

In sintesi, il modello francese della crescita inclusiva, per molto tempo non è stato realizzato. Una ripresa congiunturale ha aiutato l’economia francese a sembrare in parte migliore, ma questo è fuorviante. Lo Stato possiede una quota dell’economia maggiore rispetto a qualsiasi altro Paese, ma in termini di opportunità di lavoro e mobilità sociale offre ben poco.

Campagna elettorale e politica economica di Emmanuel Macron

La Francia supera tutte le altre Nazioni dell’OCSE per la spesa pubblica in percentuale del prodotto interno lordo. Questi non sono problemi che possono essere risolti «rattoppando», che era lo stile del Presidente socialista Hollande, la cui popolarità è precipitata.

Macron ha reso nota la sua politica economica due mesi prima del primo turno di votazioni. Ha seguito poi una frenesia di proposte politiche, ma è difficile capire come queste possano formare un quadro coerente.

Lui vorrebbe creare una tassa unica di circa il 30% per tutti i redditi da capitale, portando l’elevata tassazione da capitale francese più vicina alla media UE. Il tasso d’imposta sulle società, che ha iniziato a scendere, sarà ridotto alla media europea del 25% in un periodo di cinque anni. Macron sta anche promettendo un programma di investimenti pubblici da 50 miliardi di euro, oltre a 20 miliardi di tagli fiscali da dividere tra singoli e imprese. Ciò sarebbe pagato con 60 miliardi di euro di tagli alla spesa e prestiti a basso interesse. Egli ha anche promesso di far scendere il deficit di bilancio entro il limite del 3% stabilito dall’UE. Il suo programma prevede una maggiore flessibilità per i datori di lavoro, ma anche alcune estensioni dello stato sociale.

Alcune delle sue idee sono promettenti, ma sono lontane dal radicalismo che la sua retorica suggerirebbe. Fondamentalmente, Macron è un centrista che ha costruito il suo seguito screditando l’istituzione (centrista) della politica francese. Il risultato è ancora più centrismo, anche se avvolto in un pacchetto più glamour. Mentre Marine Le Pen del Front National rifiuta con orgoglio qualsiasi legame sia a destra che a sinistra, in questa campagna presidenziale, Macron ha deciso di sostenerle entrambe (cosa che forse non sorprende dato il suo lungo passato di pragmatismo).

Le Figaro ha pubblicato un articolo in cui, sintetizzando i punti di vista di un gruppo di dipendenti pubblici di alto livello che ha studiato il programma, c’è scritto

"Nel voler soddisfare la destra della sinistra e la sinistra della destra, Emmanuel Macron consegnerà un programma molto ambizioso che rischia di essere una continuazione del Hollandismo".

Essere paragonato a Hollande, forse il Presidente più impopolare della storia francese, non è certo un buon segno. Come ministro dell’Economia di Hollande, Macron ha preso parte al grande sforzo per porre fine alla settimana lavorativa di 35 ore in Francia e per rendere il mercato del lavoro più flessibile.

Macron Presidente della Francia: una compito quasi impossibile

In un certo senso, l’Eliseo è un palazzo avvelenato. Dati dei così ampi poteri costituzionali e una sede di tale opulenza e straordinaria grandezza, per un Presidente francese, che è sempre e soltanto un uomo, è difficile sopravvivere al di fuori della campagna elettorale. E gli elettori francesi possono essere facilmente disillusi; la caduta può essere rapida tanto quanto l’ascesa, come sia Nicolas Sarkosy che Francois Hollande hanno imparato.

Jean-Luc Melanchon, candidato presidenziale di sinistra, ha tenuto un discorso ad un raduno di decine di migliaia di persone a Parigi lo scorso weekend, chiedendo un’insurrezione e invocando una «sesta Repubblica», in cui il potere sia meno concentrato nella presidenza. Il candidato del Partito Socialista Benoit Hamon ha avanzato proposte simili. Tali inviti potranno solo intensificarsi.

C’è ancora tempo per le sorprese fino al primo turno di voto del 23 aprile. Il cruciale confronto televisivo di ieri sera ha dato agli elettori la possibilità di raffrontare i candidati uno accanto all’altro. E tuttavia la sorpresa più grande di queste elezioni potrebbe essere, per quanto piccola, che il cambiamento che gli elettori stanno invocando sia metto in atto.

Macron il candidato ha goduto finora di una corsa quasi incantata, ma Macron il Presidente no: se non può fornire un cambiamento dal vertice, questo verrà imposto dalle strade.