La grande crescita del part time in Italia nell’ultimo decennio

Il lavoro in Italia continua ad essere caratterizzato da macroscopici problemi che la politica non riesce a risolvere

Nel corso dell’ultimo decennio, il lavoro part time è cresciuto in Italia su ritmi estremamente sostenuti, confermando la vera e propria rivoluzione in atto nelle dinamiche occupazionali. A evidenziare il dato sono stati i dati forniti da Istat e relativi ai dieci anni intercorsi tra il 2008 e il 2018. Naturalmente si tratta di dati che andrebbero analizzati con molta attenzione, proprio per non cadere in errori di valutazione.

Una crescita sin troppo impetuosa

Se nel 2008 coloro che lavoravano a tempo parziale erano circa 3,3 milioni, alla fine del 2018 il loro numero si è accresciuto di un milione di unità. Una crescita quindi molto più forte di quella messa a segno dai lavoratori a tempo indeterminato, tale da confermare le notevoli criticità di un mercato del lavoro, quello italiano, che non riesce a dare vita ad una crescita in grado di accontentare le esigenze dei tanti che sono alla ricerca di una occupazione stabile.

Va infatti sottolineato come in molti casi si tratti di part time involontario, ovvero del semplice adattamento dei lavoratori ad una situazione molto critica. Ammonta addirittura al 64,1% la platea di coloro che vorrebbero reperire un’occupazione a tempo pieno per poter iniziare a costruirsi una vita basata su maggiori sicurezze e, magari, una famiglia.

La conferma di Eurostat

Una conferma di quanto detto sinora è del resto stata fornita dai dati di Eurostat, l’istituto continentale di statistica. Secondo i suoi analisti, infatti, proprio l’Italia è uno dei Paesi europei che vantano il maggior numero di persone che sono costrette a lavorare a tempo parziale solo perché non riescono a trovare un’occupazione a tempo pieno. Solo la Grecia, come al solito, fa peggio di noi, mentre in Paesi come Estonia, Belgio, Repubblica Ceca e Slovenia, il dato va a situarsi tra il 6 e l’8%.

Una situazione che naturalmente ha larghe ricadute, se si pensa che il settore creditizio italiano difficilmente accorda prestiti a persone che non possano dimostrare garanzie reddituali adeguate, dando il proprio benestare soltanto in cambio di un inasprimento dei tassi di interesse nell’ambito dei piani di rientro.

Le donne sono l’anello debole della catena

Anche in questo caso, le donne rappresentano l’anello debole della catena. Secondo Eurostat, infatti, quelle che lavorano in Italia ammonterebbero a 9,8 milioni, di cui quasi un quinto costretto a fare part time involontario. Un dato, l’ultimo, che è praticamente raddoppiato rispetto a quello registrato nel corso del 2008, quando le lavoratrici in part-time obbligato ammontavano a poco più di un milione. Ben 6 su 10, però, devono ripiegare sul part time non per propria scelta, ma proprio a seguito delle politiche aziendali che le spingono in tale direzione.

Nel nostro Paese, nonostante i tanti proclami, per le donne è sempre più difficile riuscire a conciliare il lavoro con la famiglia. Inoltre i livelli salariali sono più bassi rispetto a quelli, peraltro critici, che caratterizzano i colleghi uomini. Una situazione che la politica ha sinora affronta soltanto a colpi di slogan, senza mai dare un effettivo seguito sul piano normativo alle tante parole spese in libertà.