Autore: Debora Cavallo

Brexit

5
Feb

Il Regno Unito è ormai un paese terzo

«It’s over». Il rapporto è concluso, rimangono in piedi i tentativi di negoziati per le future relazioni con la Ue.

Non si può certo dire che in questi anni il Regno Unito non abbia subito grandi cambiamenti annoverati sempre da forte tensione.
Lo abbiamo visto dai tentativi di negoziati da parte di Teresa May, fino alle sue dimissioni, ma forse ancora prima, da quel 23 Giugno 2016 quando la domanda fu: Rimanere nell’UE oppure no? Ora la risposta è chiara, il Regno Unito lascia l’Unione Europea."It’s over", è fatta, sospira il primo ministro Johnson.

Le prima difficoltà

Il 31 Gennaio è stato dato inizio alla fase dei negoziati con l’Ue, la parte forse più difficile del complesso divorzio che aspetta il Regno Unito. Paradossalmente il Regno Unito ha appena passato una fase che ancora può definirsi “semplice”, quella che intercorre dal referendum sino all’inizio dei negoziati del 31 Gennaio.

TI POTREBBE INTERESSARE: Brexit 2020: come viaggiare in Gran Bretagna e cosa è cambiato

A Londra si sono sperimentate enormi difficoltà, tra cui: due elezioni anticipate; tensioni varie tra esecutivo e Parlamento; cambi e composizioni differenti all’interno dello stesso esecutivo; tentativi secessionisti di Scozia e parte dell’Irlanda del Nord.

La fase e l’apertura al 31 Gennaio dei negoziati, utili alla definizione delle relazioni futuro, non si auspicavano semplici; e si può dire che dai primi discorsi del primo ministro britannico Boris Johnson con il negoziatore capo della UE Michel Barnier, si può assolutamente confermare, perlomeno che la partenza, sia in salita.

L’inizio dei negoziati con una partenza in salita

Ai box di partenza Bruxelles e Londra mostrano subito i denti, schierandosi a poche ore dall’addio, su due blocchi opposti.
Le ostilità sono aperte in seguito alle richieste della Ue verso il Regno Unito. Il Regno Unito, infatti, conferma che sarebbe pronta a firmare un accordo ad hoc, con l’obiettivo in primis di diminuire gli effetti negativi della Brexit, consentendo allo stesso modo di realizzare un mercato libero.

Il Regno Unito consentirà un ampio accesso di beni e servizi del Regno Unito al mercato interno europeo, senza particolari dazi.
La Ue è disposta ad accettare questo accordo proposto, ma in contropartita chiede al Regno Unito che si adegui agli standard europei in materia ambientale, sociale, di protezione dei consumatori, di concorrenza e di aiuti di Stato, di fiscalità. Le richieste non terminano, perché si chiede anche un accordo sui diritti di pesca nelle acque britanniche.

TI POTREBBE INTERESSARE: Andare in Gran Bretagna dopo la Brexit: documenti necessari

Il senso di questa richiesta è chiaro: la Ue è infatti pronta ad ammettere il più ampio accesso al mercato europeo, a condizione che Londra rinunci a praticare concorrenza sleale, si vuole evitare quello che potrebbe diventare un “free rider”. A picchiare i pugni sul tavolo, deciso a non piegarsi alle condizioni della Ue, è stato ancora una volta il vulcanico Boris Johnson. A queste richieste, per ora, da parte del primo ministro britannico non c’è cenno a nessun accordo.

Boris Johnson spiega, infatti, che vuole riottenere quello che è una piena sovranità per il Regno Unito senza quindi sottostare a regole e standard europei. Una visione ambiziosa quella di Boris Johnson: prevede una presentazione sulla scena internazionale del Regno Unito, come un campione di libero scambio, potendo così dare inizio a nuove relazioni commerciali con paesi terzi.

E’ Boris Johnson, fermo e deciso, che respinge al mittente le richieste di Bruxelles di inserire nel trattato una base di standard comuni secondo il principio di concorrenza regolata del "level playing field", ovvero regole di gioco comuni. Dovrebbe invece essere nell’interesse delle due parti arrivare a definire un regime quanto più liberalizzato di scambi di merci e servizi, insieme a meccanismi necessari per raggiungere quella convergenza regolamentare che costituisce la base per un regime di libero commercio, in condizioni di concorrenza leale.

Basta pensare a cosa costerebbero a Londra (e non solo) limitazioni all’accesso dei servizi finanziari della City al mercato europeo.
"Smetteremo d’importare automobili italiane o vini tedeschi?", si è chiesto retoricamente Johnson con una mezza gaffe, evocando il rischio di un protezionismo alla Trump nel caso di un mancato accordo. La risposta - accompagnata da un non ben precisato impegno a non minare gli standard europei, sembra essere no.