Autore: Debora Cavallo

Cina - Coronavirus

Coronavirus, «la Cina ha nascosto i dati»

La Cina nascose i dati sul virus, l’Oms indignata

Quanto emerge da un’inchiesta dell’Associated Press, pubblicata sul suo sito e fondata sulla documentazione riservata dei vertici dell’agenzia dell’Onu. Carte dalle quali viene fuori un dietro le quinte ben diverso dalle lodi pubbliche fatte dall’Oms nei confronti di Pechino. Non c’è dubbio - ed è questa la prima conclusione dell’indagine sull’Oms - che Pechino abbia agito in cattiva fede: non solo per i ritardi nel comunicare l’evoluzione della epidemia, ma soprattutto per la questione del genoma, cioè della mappa genetica del virus

Da quando il virus era presente

La presenza del coronavirus a Wuhan fu mappata una prima volta il 27 dicembre 2019 da Vision Medicals, un centro privato cinese, e poi ancora da altri laboratori privati o pubblici, come il centro statale per le malattie infettive. Gli scienziati cinesi, grazie anche all’esperienza acquisita con altre epidemie, a cominciare dalla Sars - erano ben attrezzati per un esame genetico dei virus, che era essenziale per individuarla ovunque si manifestasse e per combatterla.

Ma niente trapelò: tant’è vero che il 5 gennaio 2020, dopo la dichiarazione assolutoria del celebre virologo cinese Zhang Yongshen, l’Oms dichiarò che non c’erano rischi di una trasmissione uomo-uomo e quindi di misure restrittive per i viaggiatori. Il 30 gennaio però, l’epidemia era già cresciuta di 100-200 volte, secondo quanto dimostrato dai dati del Chinese center for Disease control. Il virus si stava propagando a grande velocità verso l’intero Mondo.

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L’indignazione dell’OMS

L’Organizzazione mondiale della sanità sarebbe irritata con Pechino per aver indugiato nel condividere i dati sul genoma — tenuti segreti per oltre una settimana — e sulla capacità di diffusione del nuovo coronavirus: dati che, scrive la AP, sono decisivi per una risposta efficace a livello di test, farmaci e vaccini.

L’inchiesta della Ap si concentra proprio su questo punto: l’Onu e le sue agenzie non avevano poteri sufficienti per esigere dai Paesi membri le informazioni di cui avevano bisogno. Ginevra chiedeva, Pechino non rispondeva. Chiedeva, ad esempio, dati sulle infezioni, in modo da capire la velocità dell’infezione o il tipo di pazienti. Dall’altra parte, c’era solo il silenzio.

Da Shanghai dove si trovava in quel momento, Shi Zhengli, 55 anni, virologa specializzata nello studio del genoma dei pipistrelli e responsabile del Centro malattie infettive dell’Istituto di Wuhan, dove con il suo team completarono la decodifica del virus il 2 gennaio. Pechino avrebbe tenuto segreto il genoma per oltre una settimana.

Queste informazioni non furono condivise con la comunità scientifica internazionale, tanto che il 5 gennaio 2020 l’Oms dichiarò che non c’erano rischi di una trasmissione uomo-uomo. Nel frattempo però il virus si stava propagando. Ma forse, e questo è il punto focale e dell’inchiesta, l’Onu e le sue agenzie non avevano le leve necessarie per pretendere dai Paesi membri le informazioni di cui avevano bisogno.