Caso Cucchi: condannati per omicidio i tre carabinieri

Caso Cucchi: emessa la sentenza che riconosce la colpevolezza dei tre carabinieri per i reati di omicidio, calunnia e falso. Si chiude un caso iniziato il 15 ottobre 2009.

Caso Cucchi: dopo otto anni da quel 15 ottobre 2009, sembra essere arrivato ad una svolta.

Ieri il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il pm Giovanni Musarò hanno riconosciuto che a causare la morte di Stefano Cucchi siano state le lesioni riportate in seguito al pestaggio subito nei locali della caserma Casilina dove era stato portato per essere fotosegnalato.

Condannati per omicidio i responsabili, i tre carabinieri, Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Francesco Tedesco, accusati di omicidio preterintenzionale, calunnia e abuso di potere. Su Tedesco penderebbe anche l’accusa di falso verbale d’arresto, proprio come per il maresciallo Roberto Mandini, che nel 2009 era a capo della stazione dei carabinieri di via Appia.

Con la sentenza di oggi si chiude l’inchiesta bis aperta nel novembre 2014, dopo tre giudizi di merito - uno di primo grado e due di appello - e una pronuncia di Cassazione che avevano portato alle assoluzioni definitive degli agenti penitenziari delle celle di sicurezza del Tribunale di Roma e ai medici e infermieri dell’ospedale Sandro Pertini dove Cucchi era stato ricoverato prima del decesso.

La gioia di sua sorella Ilaria è esplosa anche sui social oggi:

“I carabinieri sono accusati di omicidio, calunnia e falso. Voglio dire a tutti che bisogna resistere, resistere, resistere. Ed avere fiducia nella giustizia”.

Un incoraggiamento ad avere fiducia nella giustizia e nei suoi mezzi anche quando sembra impossibile.

Il caso Cucchi: dal 15 ottobre 2009 ad oggi

Era il 15 ottobre 2009 quando Cucchi, geometra romano, veniva arrestato, per poi morire appena sei giorni dopo presso l’ospedale Sandro Pertini sotto custodia cautelare.

Quattordici gli imputati: sei medici, tre infermieri e cinque carabinieri. 
Le accuse: abbandono d’incapace, favoreggiamento, abuso d’ufficio, falsità ideologica, lesioni, abuso di autorità.

Durante il processo di primo grado l’accusa sosteneva che Stefano Cucchi avesse subito un vero e proprio pestaggio nelle camere di sicurezza di Roma, mentre era in attesa dell’udienza di convalida dell’arresto per droga. Dopo che il medico del tribunale notava delle contusioni sospette sul suo volto, il giovane veniva portato al Fatebenfratelli, dove si riscontravano ulteriori lesioni e l’indomani era ricoverato presso il Pertini.

Qui, cinque giorni dopo, Stefano moriva. Al momento del decesso, il 22 ottobre, pesava 37 chili. La sentenza di primo grado del 5 giugno 2013 condannava i sei medici per omicidio colposo, assolvendo infermieri ed agenti che, secondo i giudici, non avrebbero contribuito in alcun modo. Per la Corte d’Assise dunque Cucchi non fu mai malmenato, non morì per le percosse ma per la negligenza dei medici.

Da qui il risarcimento versato alla famiglia Cucchi dall’ospedale Pertini. 
A dicembre 2015 la necessità, secondo la Cassazione, di un appello bis dopo aver annullato la sentenza che condannava i medici per “insufficienza di prove”. Il 18 luglio 2016 la terza Corte di Assise d’appello di Roma confermava l’assoluzione dei medici, suscitando perplessità da parte dell’accusa.

Ma ad oggi il quadro si fa un po’ più chiaro: Stefano Cucchi non è morto né di fame, né di sete, né in seguito ad attacchi epilettici. Ad uccidere Stefano Cucchi sono state le percosse di tre carabinieri.