Autore: Giorgia De Angelis

Governo - Movimento 5 Stelle - appalti - Inquinamento

ArcelorMittal, ex Ilva: che cosa è successo?

Cosa è successo con ArcelorMittal? In questi giorni la multinazionale franco-indiana ha comunicato di voler rescindere il contratto che la legava alla principale azienda siderurgica europea ex Ilva di Taranto. Vediamo lo storico del caso.

In questi giorni non si parla d’altro, le prime pagine dei giornali riportano sempre più spesso il nome di un’azienda siderurgica situata a Taranto: l’ex Ilva. Ma cosa è successo con ArcelorMittal? Lo scandalo è derivato dalla scelta della multinazionale di venir meno agli oneri assunti al momento della firma del contratto, che cedeva nelle mani della società indiana l’appalto della più grande acciaieria europea.
Dopo 18 mesi ArcelorMittal ritiene di avere il pieno diritto di rescindere il contratto, dal momento in cui secondo la stessa non sussistono più le condizioni “promesse” all’atto della firma.

ArcelorMittal, che cosa è successo: il principio del caos

Cosa è successo con ArcelorMittal? Il 1 novembre 2018 la multinazionale franco-indiana ArcelorMittal vince in gara d’appalto la più grande acciaieria d’Europa: l’Ilva. Il colosso siderurgico era dal 2015 in amministrazione straordinaria, dopo essere stata sequestrata ai Riva dalla Procura di Taranto a Luglio del 2012, per inquinamento ambientale e per la mancata cautela contro gli infortuni sul lavoro.
Ai commissari, a cui era stata affidata temporaneamente la gestione dell’azienda (prima della gara d’appalto), si era voluta assicurare una sorta di “tutela legale” per evitare loro di subire ripercussioni giudiziarie derivanti dai danni ambientali causati dall’Ilva.
Questa iniziativa, detta scudo penale, era stata poi estesa anche ai futuri acquirenti dell’azienda, per permettere loro di realizzare il piano ambientale volto a bonificare e regolarizzare lo stabilimento.
Nonostante l’azienda si trovasse da anni in una situazione di irregolarità e, di conseguenza, inquinasse molto più del dovuto, si era esclusa l’opzione di chiuderla definitivamente. All’interno dell’Ilva vi sono infatti tuttora più di 10mila operai, 8mila dei quali solo nella sede di Taranto.
ArcelorMittal si era quindi incaricata di mettere a norma lo stabilimento e concedere all’attività di proseguire.

ArcelorMittal: perché vuole ritirarsi?

La motivazione che ha spinto ArcelorMittal a ritirarsi, a livello ufficiale, risiede nel fatto che il Parlamento ha eliminato il suddetto scudo penale. In questo modo, non avendo provveduto a rimediare alle irregolarità dello stabilimento, gli amministratori si trovano inevitabilmente a violare le norme sull’inquinamento ambientale, commettendo così un grave reato e diventando perseguibili penalmente.
La società rimprovera anche il tempo limitato concesso per intervenire sull’altoforno 2 dell’acciaieria, che prevede lo spegnimento dello stesso qualora non fosse regolarizzato entro il 13 dicembre 2019. L’altoforno 2 è stato teatro di uno spiacevole incidente, a causa del quale nel 2015 l’operaio Alessandro Morricella ha perso la vita.

In molti, tuttavia, sostengono che queste motivazioni non siano la vera ragione della ritirata di ArcelorMittal. Il mercato dell’acciaio sta attraversando da un anno a questa parte una profonda crisi, di conseguenza non rappresenta più un investimento redditizio (non come prima) per la multinazionale.

Il viavai dello scudo penale

Lo scudo penale ha subito numerose modifiche nell’arco degli anni. La scorsa settimana è stato rimosso dal voto in Senato grazie alle insistenze di 15 senatori pugliesi del M5S, a capo dei quali si trova l’ex Ministra per il sud Barbara Lezzi, eletta lo scorso anno con la promessa di chiudere l’ormai ex Ilva.
La tutela che proteggeva gli amministratori dell’azienda da ripercussioni giuridiche era stata istituita nel 2015, durante il Governo Renzi, quando ancora non vi erano acquirenti all’orizzonte. Sotto il Governo Gentiloni, tra il 2017 e il 2018, si diede l’avvio di una gara d’appalto per cedere l’azienda ai privati. Durante questo periodo, però, i governi e la maggioranza parlamentare subirono profonde modifiche: al posto del PD, che spingeva per non interrompere l’attività dell’Ilva, entrò in scena il Movimento 5 Stelle, che mise in chiaro fin da subito di essere a favore della chiusura o quantomeno della rivoluzione dello stabilimento siderurgico.

Il M5S dovette però ben presto “mollare la presa” e accettare la prosecuzione dell’attività dell’acciaieria. A contrastare lo spirito di accettazione del leader Di Maio arrivarono le rimostranze di alcuni senatori pugliesi e di Barbara Lezzi, che continuarono la lotta per difendere la loro regione. La battaglia non fu vana: lo scorso aprile i senatori riuscirono a convincere Luigi Di Maio e Matteo Salvini a depotenziare lo scudo penale con il decreto crescita.
In questo modo però, i manager dell’azienda rischiavano di finire direttamente in tribunale, motivo per cui dopo settimane di discussioni e trattative, lo scudo penale venne parzialmente ripristinato con il nuovo decreto salva impresa.

La storia però non finisce qui (nossignore). Con l’arrivo del Governo Conte, ad agosto si è avviata nuovamente una procedura per eliminare lo scudo penale dal decreto prima della sua conversione in legge. Il 31 ottobre, finalmente, è arrivata l’effettiva eliminazione dell’emendamento, con i voti favorevoli del M5S, del PD e di Italia Viva.

ArcelorMittal: la rescissione del contratto

La multinazionale indiana, temendo per la propria incolumità, ha comunicato con una lettera la sua intenzione di rescindere il contratto d’affitto dell’acciaieria ex Ilva entro 30 giorni. L’accusa che ArcelorMittal fa al governo è quella di aver cambiato le carte in tavola, approvando leggi che vanno in contrasto con le iniziali condizioni previste dal contratto già sottoscritto. L’abbandono della multinazionale comporterebbe quasi sicuramente la chiusura definitiva dell’ex Ilva, con conseguente perdita dei posti di lavoro di migliaia di operai. Non solo, la chiusura determinerebbe ovviamente la fine della produzione, con perdite fino a 24 miliardi di euro sul PIL nazionale.