Varianti Covid in Italia: diffusione, vaccini e rischi nei giovani, il punto

Varianti Covid in Italia: diffusione, vaccini e rischi nei giovani, il punto

Quali sono le varianti Covid diffuse in Italia? Gli ultimi dati e le notazioni degli esperti

Le varianti del Covid-19 sono un tema di grande attualità. Le mutazioni del virus consistono in una variazione della struttura e rappresentano un processo noto in generale. Queste variazioni, nel tempo, possono coincidere ad un’evoluzione favorevole o sfavorevole per gli uomini. La loro presenza viene rilevata attraverso il sequenziamento del genoma virale.

Stando a quanto riporta il sito del Ministero della Salute le varianti che preoccupano di più sono tre:

  • la variante inglese (o B.1.17) che è stata identificata per la prima volta nel Regno Unito. La sua caratteristica principale è avere una diffusibilità maggiore del 37%( «con grande incertezza - si legge - statistica, tra il 18 ed il 60%»). Tradotto in parole povere: in attesa di avere dettagli scientifici sulle modalità: è più facile contagiarsi. Questo si traduce in un impatto epidemiologico significativo. La sua diffusione comporta più casi di coronavirus e di conseguenza più malati, più ricoverati, più persone in terapia intensiva e più morti.
  • La variante africana (o 501Y.V2, nota anche come B.1.351)., identificata in Sud Africa. Secondo i dati forniti dal Ministero della Salute avrebbe una contagiosità maggiore del 50% rispetto alle altre precedenti circolanti in Sud Africa. Si attendono riscontri scientifici sulla tipologia di malattia provocata
  • Variante cosiddetta Brasiliana (Variante P.1) con origine in Brasile. Anche in questo caso c’è una maggiore capacità diffusiva. «Non sono disponibili - si legge su salute.gov.it) - evidenze sulla gravità della malattia».

Varianti Covid in Italia: il punto

La variante inglese si ritiene, dal punto di vista scientifico, possa diventare prevalente in Italia e, secondo gli ultimi dati forniti, dall’Iss la sua diffusione è stimata nel 54% delle infezioni. Quella brasiliana nel 4,3% dei positivi e quella sudafricana nello 0,4%. I dati sono stati presentati il 2 marzo e risalgono al 18 febbraio. La stima è stata ottenuta con un lavoro condotto dall’Istituto superiore di sanità (Iss) e dal ministero della Salute insieme ai laboratori regionali e alla Fondazione Bruno Kessler.

Varianti e vaccini: funzionano con la variante inglese

I dati, al momento, confermano che tutti i vaccini sono efficaci contro il ceppo britannico del virus. Il sito del ministero della Salute puntualizza che: «Sono in corso studi per confermare l’efficacia dei vaccini sulle altre varianti».

Nei giorni scorsi ha parlato del tema Guido Rasi, docente di Microbiologia presso l’Università Tor Vergata di Roma. «Le tre attuali - ha detto ai microfoni della trasmissione Rai Agorà in relazione alle varianti - preoccupano abbastanza, non rispetto per fortuna alla tenuta rispetto ai vaccini. Quella brasiliana potrebbe ridurre un po’ l’efficienza.»

E prosegue: «Quello che preoccupa sono le varianti che non conosciamo ancora e che il virus ci sta preparando alle nostre spalle. 46.000 mutazioni, una certa combinazione tra le mutazioni configura una variante e come questa poi si comporti purtroppo lo si scopre sempre un pochettino dopo, si impara purtroppo in corsa. Nemmeno camminando».

E sul modo di ostacolare la diffusione la direzione è chiara: «Sicuramente misure un po’ più contenitive più serie. La mascherina FFp2 va raccomandata. Distanza si diceva un metro e ottanta o delle belle partizioni, barriere».

Varianti Covid, rischiano anche i giovani

Rispetto al ceppo originale del coronavirus, le varianti paiono avere una maggiore capacità di infettare i giovani e i giovanissimi. In molti casi questo si traduce soprattutto nel rischio che questi restino asintomatici e, di fatto, diventino vettori del contagio per genitori e nonni. Categorie potenzialmente più a rischio.

Tuttavia, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, è arrivata una dichiarazione significativa di Francesco Le Foche, immunologo al Policlinico Umberto I di Roma, responsabile del day hospital di immunoinfettivologia, nonché docente di Reumatologia e Scienze Biomediche a La Sapienza.

«I giovani - ha detto - sono socialmente molto esposti e rischiano in misura maggiore di essere contagiati dalle varianti che hanno una trasmissibilità doppia rispetto al ceppo classico. Aumentando il numero dei casi di positività, crescono ricoveri in ospedale e situazioni gravi. Quindi bisogna raccomandare in questa fase alla generazione sotto i 40 di evitare occasioni non sicure».

Il medico ha spiegato che spesso i giovani si riuniscono in ambienti chiusi, situazione preferita dai virus respiratori. Sostare a lungo in un ambiente chiuso può favorire la diffusione del contagio, a maggior ragione con la variante inglese la cui capacità di trasmissione è accresciuta. . «Limitare - ha specificato - quindi all’indispensabile la permanenza in luoghi chiusi».

Le Foche ha, inoltre, chiarito che sarebbe importante far capire ai ragazzi che vanno a scuola l’esigenza di restare distanziati in classe e di evitare i capannelli, una volta finite le lezioni.

«Nel giro di un mese - ha precisato - la variante inglese avrà preso del tutto il sopravvento». Inevitabile chiedersi quando se ne uscirà. «Pazientare - ha spiegato l’immunologo - altri due mesi finché non ci saranno dosi per vaccinare milioni di persone e ridurre la circolazione del virus. I vaccini sono efficaci contro le varianti».