Autore: Dario Marchetti

16
Gen 2020

Secondo Moody’s le prospettive sono negative per l’eurozona

Il rapporto dell’agenzia di rating ripropone però ricette che si sono rivelate fallimentari

L’inizio del nuovo anno ha naturalmente spinto gli analisti a esaminare le prospettive dell’economia in questo 2020. Tra i primi rapporti ad essere pubblicati c’è stato quello redatto da Moody’s, con l’agenzia di rating che non ha esitato a indicare prospettive negative per il merito di credito degli Stati compresi nell’Eurozona. Un parere che sembra del resto ricalcare quelli rilasciati nel corso degli ultimi mesi, anche a causa del persistere di politiche tese quasi esclusivamente al contenimento del debito, quindi non in grado di innescare un vero e proprio sviluppo.

Il rapporto di Moody’s

Secondo Moody’s, a rendere negative le prospettive economiche nell’Unione Europea sarebbero da un lato l’impatto del peggioramento previsto per le condizioni globali, dall’altro gli elevati livelli di debito pubblico e i margini limitati di compensazione. Gli analisti dell’agenzia di rating pongono poi l’accento sui rischi derivanti dalle tante crisi che si stanno registrando a livello globale e da un protezionismo sempre più pronunciato.

Cui si andrebbe a mixare la frammentazione politica in atto all’interno di diversi Paesi, per effetto del quale le riforme, giudicate evidentemente necessarie, trovano ostacoli difficilmente superabili. L’Outlook negativo per l’Eurozona rilasciato da Moody’s deriverebbe proprio dall’assenza in molti Paesi di strumenti idonei a permettere la reazione a un ambiente esterno in deterioramento.

Ricette già note?

Il rapporto di Moody’s sembra ancora una volta ricalcare quanto le agenzie di rating affermano da anni. Si chiedono infatti riforme che però vanno nella direzione di una economia senza lacci, in cui le protezioni sociali sono viste alla stregua di un fastidio.

Riforme che, però, secondo molti economisti di fama mondiale sarebbero proprio all’origine della crisi che sta vivendo l’economia continentale, producendo livelli salariali sempre più bassi e la distruzione del mercato interno.

Tanto da spingere gli ambienti politici più avveduti a chiedere un vero e proprio cambio di rotta, rilanciando in particolare la spesa pubblica. Anche qui l’esatto contrario di quanto vaticinato da Moody’s, che denuncia invece i livelli troppo alti di indebitamento. La spesa pubblica, cioè, è ancora vista come un problema e non per la soluzione che invece potrebbe rappresentare.

Il rilancio dell’intervento pubblico

A chiedere un rilancio dell’intervento pubblico sono ad esempio le imprese tedesche, che hanno visto nel corso degli ultimi mesi franare l’export, in particolare quelle dell’automotive. I tanti modelli che non sono venduti all’estero, sono infatti destinati a restare sui piazzali di stoccaggio delle case, non potendo essere assorbiti da un mercato interno sempre più asfittico.

Anche in Italia si torna a parlare con sempre maggiore insistenza di un ritorno dello Stato imprenditore e di un allargamento della spesa pubblica. Una esigenza consigliata non solo dalla pessima gestione di concessioni da parte dei privati, ma anche dalla pratica constatazione che anche nel nostro Paese si continua a prosciugare lo stagno seguendo la sirena delle politiche di bilancio.

Per ora l’export italiano continua a crescere a ritmi sostenuti, ma una crisi globale potrebbe avere esiti esiziali per le imprese del Made in Italy. Non potendo più esportare, anch’esse non avrebbero a disposizione la valvola di sfogo rappresentata dal mercato interno. A quel punto la crisi potrebbe rivelarsi disastrosa.