Quota 100: ecco i contributi che non valgono per il diritto alla pensione

Quota 100: ecco i contributi che non valgono per il diritto alla pensione

Cosa significa 35 anni di contribuzione effettiva? ecco la guida ai contributi utili a quota 100.

Mai come in questi mesi che ci separano dal 31 dicembre 2021, cercare di completare i 38 anni di contributi, è fattore molto importante per migliaia di lavoratori. Parliamo naturalmente di chi è nato a partire dal 1959, cioè da coloro che entro la fine dell’anno completeranno i 62 anni di età.

Infatti completare sia i 62 anni di età che i 38 di contributi rende questi lavoratori soggetti che rientrano nel perimetro di quota 100 nell’ultimo anno di funzionamento. E rientrare nel perimetro della misura significa anche garantirsi il diritto a sfruttarla anche negli anni a venire per via delle cosiddetta cristallizzazione del diritto.

Se sull’età pensionabile di quota 100, discussioni ce ne sono poche, dal momento che all’età non si può porre rimedio e chi è nato nel 1960 sarà tagliato fuori dalla misura (salvo proroghe oggi impensabili), sui 38 anni di contributi versati occorre fare opportuni chiarimenti.

Infatti non tutti i contributi sono utili alla soddisfazione dei 38 anni richiesti dalla misura. Pertanto, per evitare di essere convinti di aver completato la carriera utile e di ritrovarsi a scoprire, magari nel 2022, di non aver fatto bene i conti, ecco una sintetica guida.

Quali contributi sono utili al completamento dei 38 anni della quota 100

Quando si parla di carriera lavorativa ai fini pensionabili si fa riferimento ai versamenti di contributi. Questo vale per tutte le misure previdenziali oggi vigenti che prevedono tutte determinati anni di contribuzione accreditata. Per la quota 100 come detto sono necessari 38 anni di contribuzione.

E come specifica l’Inps sulla pagina dedicata alla misura, presente sul sito istituzionale dell’Inps stessa, «i contributi utili al raggiungimento dei 38 anni necessari per l’accesso alla quota 100 sono tutti quelli accreditati a qualsiasi titolo, siano essi contributi obbligatori, da riscatto, figurativi o volontari».

In pratica, tutti i contributi sono perfettamente utili alla causa e pertanto con 62+38 si può lasciare il lavoro (servono sempre 38 anni anche per chi compie 63 anni, 64 anni e così via) fino a 5 anni prima rispetto alla pensione di vecchiaia che prevede 67 anni di età come età pensionabile.

Ma non tutti i figurativi valgono

Quando si parla di 38 anni di contributi con dentro obbligatori, da riscatto, volontari e figurativi, si parla di contributi utili alla maggiore anzianità, poiché di questi 38 c’è un vincolo preciso da rispettare e riguarda i contributi figurativi. Il limite alla contribuzione figurativa utile a completare quella necessaria per quota 100 riguarda i contributi figurativi derivanti da malattia e da disoccupazione indennizzata (la Naspi per esempio).

Infatti dei 38 anni di contributi richiesti per la quota 100, 35 devono essere senza contare i contributi figurativi provenienti da periodi di malattia o di disoccupazione. La delicatezza dell’argomento ha costretto l’Inps all’intervento con alcune circolari.

L’Inps specifica che «ai fini del perfezionamento del requisito contributivo è valutabile la contribuzione a qualsiasi titolo versata o accreditata in favore dell’assicurato, fermo restando il contestuale perfezionamento del requisito di 35 anni di contribuzione utile per il diritto alla pensione di anzianità, ove richiesto dalla gestione a carico della quale è liquidato il trattamento pensionistico». E quando si parla di contribuzione utile al diritto alla pensione di anzianità il discorso è identico.

Infatti per le vecchie pensioni di anzianità che poi sono state sostituite dalle pensioni anticipate con la riforma Fornero, il limite dei 35 anni di contribuzione effettiva e senza figurativi da disoccupazione o malattia è sempre stato un caposaldo della misura.