Autore: Dario Marchetti

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Dic

La Cina sta vincendo la guerra della blockchain?

Il Paese orientale sta intensificando il suo sforzo nel settore fintech

Ormai da più parti la blockchain è ritenuta la tecnologia del futuro. Non dovrebbe quindi destare eccessivo stupore la notizia che la Cina si sta avviando con sempre maggiore decisione su questa strada. Le ultime notizie al riguardo, però, sembrano dire anche altro, ovvero che il Paese asiatico sta rapidamente vincendo la guerra che si è aperta a livello globale per sfruttarne le potenzialità. Andiamo a vedere il perché.

La maggior parte dei brevetti arriva dalla Cina

Il passato 20 novembre, il quotidiano giapponese Nikkei ha riportato una notizia che è passata abbastanza inosservata, secondo la quale nel periodo tra il 2009 e il 2018 le società cinesi avrebbero presentato circa 7.600 domande tese alla registrazione di brevetti riguardanti la blockchain, praticamente il triplo rispetto alle gemelle statunitensi.

Un dato poi confermato da Astamuse, una società di ricerca la quale nel corso del 2018 Stati Uniti, Cina, Giappone, Corea del Sud e Germania hanno presentato un totale di circa 12.000 richieste di brevetto. Il 60% di queste domande, però, proviene proprio dalla Cina.

Per quanto riguarda le singole imprese, è il colosso dell’e-commerce Alibaba Group Holding a guidare la graduatoria, dall’alto delle 512 domande presentate. A sostenerlo è la società giapponese NGB che ha utilizzato i dati di Innography per stilarla. Al secondo posto della classifica c’è la britannica NChain con 468 richieste, mentre il colosso americano IBM conclude il podio grazie alle 248 domande presentate.

Uno sforzo destinato ad intensificarsi

Di recente, il presidente cinese, Xi Jinping, ha dichiarato l’intenzione del suo Paese di procedere spedita sulla strada di un massiccio impiego della tecnologia blockchain. Se qualcuno ha pensato ad un semplice proclama, sembra proprio che le cose stiano diversamente. Basta in effetti dare una rapida occhiata ad un articolo pubblicato dalla Xinhua News Agency, ovvero dall’agenzia di stampa ufficiale della Repubblica Popolare Cinese, per apprendere come nel 2023 gli investimenti nel settore saranno superiori ai due miliardi di dollari.

In particolare l’articolo afferma che, nel quinquennio compreso tra il 2018 e il 2023, lo sviluppo della blockchain in Cina registrerà un tasso di crescita annuale pari al 65,7%. A confermare l’assunto concorre poi uno studio, pubblicato da IDC, società statunitense di market intelligence, ad aprile, il quale prevedeva che la spesa nella regione dell’Asia Pacifica, con l’esclusione del Giappone, per lo sviluppo di soluzioni blockchain è destinata a raggiungere i 2,4 miliardi di dollari entro il 2022. Con queste cifre in ballo, sembra proprio che la Cina sia destinata a vincere rapidamente la guerra della blockchain, anche se a seminare qualche dubbio concorre un altro rapporto, proveniente proprio dalla Cina.

Lo studio di CCTV

Il passato 18 novembre 2019 la CCTV, la principale stazione televisiva della Repubblica Popolare Cinese, ha mandato in onda un servizio dal titolo “Blockchain is not a Cashcain” ("La blockchain non è una catena del denaro"). Oggetto del reportage erano le società operanti nel settore all’interno del territorio nazionale e l’esame cui sono state sottoposte ha dato un risultato abbastanza sconfortante: se sono addirittura 32mila quelle che asseriscono di utilizzare la tecnologia, soltanto il 10% lo fa realmente. Le altre giocano sull’equivoco e, al minimo fanno un uso improprio del concetto di blockchain con il chiaro intento di sfruttare l’ondata di entusiasmo del momento in modo da ottenere maggiori profitti. Proprio per questo motivo si prevede una stretta legislativa nel prossimo futuro.