Autore: Dario Marchetti

Energie rinnovabili - Ecoincentivi

8
Nov

L’economia green potrebbe portare mezzo milione di posti di lavoro entro il 2023

Ecologia ed occupazione potrebbero essere un binomio vincente

La crescente attenzione per la questione ambientale, riproposta negli ultimi mesi in particolare dal composito movimento che si è formato intorno a Greta Thunberg, ha riportato sotto la lente d’ingrandimento dell’opinione le problematiche legate alla riconversione produttiva.

In quest’ottica, sono in molti a chiedersi se la lotta alle emissioni nocive possa avere un forte impatto sui livelli occupazionali e, in caso di risposta affermativa, se essa possa essere positiva o meno, ovvero condurre alla creazione di nuovi posti di lavoro o distruggerne.

Lo studio di Censis- Confocooperativa

A cercare di dare una risposta è stato in particolare un rapporto elaborato da Censis-Confcooperativa dal titolo “Smart & green, l’economia che genera futuro”. Lo studio, presentato a Roma, fa capire come in effetti l’economia green potrebbe portare notevoli vantaggi a livello occupazionale in un Paese come il nostro, sempre in affanno sotto questo particolare aspetto. Da oggi al 2023, per ogni cinque nuovi posti di lavoro creati dalle imprese attive nel nostro Paese, almeno uno sarà generato da aziende eco-sostenibili.

Oltre il 50% in più rispetto a quelli che saranno invece creati dal digitale: 500mila a 214 mila, secondo lo studio in questione. Mentre le imprese che fanno riferimento alla filiera salute e benessere si fermeranno a circa 324mila nuovi posti di lavoro, ovvero il 30% in meno.

Prendendo in considerazione le stime sulla crescita del Pil italiano nel quadriennio 2019-23, elaborate dal FMI e le previsioni del Sistema informativo Excelsior, secondo le quali il fabbisogno di nuovi posti di lavoro nello stesso periodo si attesterà a 2 milioni e 542 mila, l’economia green andrebbe a soddisfare oltre il 19% del totale. Sulla base di questi dati, il rapporto spiega come la transizione verso un’economia pulita stia dando vita, nei Paesi avanzati e in quelli emergenti, ad una vera e propria modifica strutturale dell’occupazione.

Le banche continuano a puntare sulle fonti fossili

Il World Resources Institute, in suo rapporto, mette in evidenza come le banche di ogni parte del mondo sembrano non essersi accorte del mutato orientamento della pubblica opinione. Nonostante il pressing inscenato dalle associazioni ambientaliste e dai governi, sembrano infatti restie all’idea di assumersi gli impegni finanziari sostenibili che potrebbero aiutare ad organizzare una risposta in grado di rispondere ai rischi dei mutamenti climatici.

E’ stato il Green Target Tool, framework sviluppato dal World Resources Institute al fine di analizzare l’impegno delle banche mondiali in tema di finanza sostenibile, ad affermare come soltanto 23 dei 50 maggiori istituti finanziari privati hanno sostenuto investimenti in progetti legati all’energia rinnovabile.

Peraltro gli stessi 23 istituti in questione hanno poi pensato bene di mettere in campo nel periodo preso in esame, quello tra il 2016 e il 2018, un impegno pari al doppio, in termini di importi annui, sui combustibili provenienti da fonti fossili. Una realtà che contraddice apertamente gli eclatanti annunci provenienti dal settore bancario da oltre un decennio e facendo il paio con gli impegni troppo spesso disattesi da parte delle istituzioni politiche, nazionali e sovranazionali.

La vertiginosa crescita dei bond verdi

Se la finanza tradizionale continua a preferire le fonti fossili, sta invece volando il mercato delle cosiddette obbligazioni verdi, ovvero quelle approntate per aiutare nel reperimento di fondi a sostegno di imprese impegnate nella edificazione di impianti rinnovabili, nell’utilizzo sostenibile dei terreni, nell’efficientamento energetico, nell’edilizia eco-compatibile e nel trattamento delle acque.

Secondo il gruppo d’investimento Climate Bonds Initiative, questo particolare mercato avrebbe messo a segna un nuovo record già nella prima metà dell’anno in corso, prevedendo una cifra complessiva tra i 180 e i 250 miliardi di euro entro la fine del 2019. Secondo Sean Kidney, Chief Executive del gruppo, il raggiungimento dei 100 miliardi di dollari in green bond per la terza volta in un arco di tempo così ravvicinato rappresenta una buona novella, che però potrebbe essere oscurata dal possibile conseguimento del trilione di dollari d’investimenti ecocompatibili annuali entro il prossimo anno.

I Paesi che hanno aderito in maniera più massiccia all’emissione di obbligazioni verdi sono Francia e Stati Uniti, mentre l’Olanda ha dal suo canto annunciato il varo di un piano da 6,7 miliardi di dollari. Ove anche il nostro Paese si dotasse di strumenti finanziari in grado di sostenere lo sforzo per una transizione sempre più rapida verso la green economy, le stime elaborate da Censis-Confcooperative potrebbero addirittura essere superate.

Soprattutto se anche il governo Conte riuscisse a fare la sua parte, dando seguito all’annuncio di un Decreto Clima all’interno del quale avrebbero dovuto trovare posto i cosiddetti bonus green, sconti, incentivi e detrazioni fiscali a favore di cittadini, aziende e istituzioni pubbliche sensibili alla causa ambientalista e decisi a lottare contro il climate change.