Autore: Dario Marchetti

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Gen

In Italia sono troppo pochi i laureati

Le ultime statistiche confermano un dato che era del resto già noto

In Italia i laureati continuano ad essere troppo pochi. Sono i dati statistici a confermare questo assunto, a partire da quelli di Eurostat. Secondo l’istituto di statistica europeo, infatti, nel nostro Paese solo il 23,4% degli occupati dichiara di aver conseguito la laurea.

Un dato, riferito al terzo trimestre del 2019 che pone il nostro Paese al penultimo posto in Europa, davanti alla sola Romania e che sfigura in particolare davanti al 47,2% del Regno Unito, del 43,3% della Francia e del 30,6% della Germania. Mentre la media continentale si attesta al 36,8%.

Un dato, quello della bassa scolarizzazione dei lavoratori italiani, confermato anche dal 29,7% che può vantare appena la terza media, un dato che è quasi il doppio rispetto alla media europea, ferma al 15,9%. Sul quale forse la politica e le parti sociali dovrebbero iniziare ad interrogarsi.

La conferma dell’Istat e dell’Ocse

Anche l’Istat conferma questi dati, prendendo come base l’intera popolazione, compresi i disoccupati. Tra i 25 e i 64 anni, coloro che hanno conseguito la laurea si fermerebbero al 19,3%, contro una media europea del 32,3%. Non è da meno l’Ocse, che certifica come nel 2017 appena 27 ragazzi italiani su 100, tra i 25 ed i 34 anni, fossero in possesso di una laurea, a fronte di una media dei Paesi che fanno parte dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico del 44%.

Una graduatoria in cui le donne risultavano di gran lunga avanti agli uomini: 33% contro il 20%. Va poi considerato come molte di queste lauree non rappresentino un lasciapassare adeguato per il mondo del lavoro. Come confermano del resto gli annunci in tal senso, che vedono una larghissima prevalenza di richieste relative a materie tecniche, segno evidente che proprio le professioni legate all’innovazione non riescono a trovare soddisfacimento.

Un messaggio distorto

Va però segnalata anche la contraddizione tra la denuncia di una scarsità sempre più evidente di laureati e i messaggi che arrivano non solo dal mondo della politica, ma anche delle imprese. Per quanto riguarda la prima, la vera e propria deregulation privilegiata nel corso degli ultimi decenni ha praticamente posto le basi per livelli salariali talmente bassi da spingere i nostri laureati ad andarsene all’estero, per trovare il giusto apprezzamento per gli studi fatti.

Mentre il mondo delle imprese non sembra vedere nei laureati una vera e propria risorsa. Tanto da convincere i ragazzi italiani che, in fondo, studiare sia del tutto inutile in quanto non si traduce in paghe adeguate agli sforzi profusi. Di conseguenza tanto vale limitare il proprio percorso di studi al minimo indispensabile e provare ad entrare immediatamente nel mondo del lavoro, anche perché andando avanti con l’età gli spiragli in tal senso tendono a ridursi.

Si tratta di un vero e proprio corto circuito cui la politica non solo non riesce a porre rimedio, ma contribuisce con una serie di scelte cervellotiche, che stanno abbassando sempre di più il livello del sistema scolastico tricolore. Anche in questo caso il messaggio che passa non può che essere quello in base al quale, in fondo, il titolo di studio conta poco o nulla. Coi risultati visibili sulle statistiche ricordate.