Il fotovoltaico consuma troppo suolo? I dati reali sembrano smentire l’assunto

Alcune ricerche effettuate di recente forniscono rassicurazioni al riguardo

Il tema del fotovoltaico è spesso oggetto di notevoli distorsioni, prodotte in particolare da chi potrebbe vedere il proprio business ridimensionato dall’adozione sempre più larga delle fonti energia rinnovabili al posto di quelle fossili. Tra i tanti temi di discussione, nel corso degli ultimi mesi è emerso in particolare quello relativo al consumo di suolo necessario per i cosiddetti impianti a terra, ovvero quelli non posizionati sui tetti, che sfruttano notevoli estensioni di terreno, particolarmente di tipo agricolo. Essendo nel caso delle fonti di energia rinnovabili la produzione meno intensiva rispetto a quella delle vecchie centrali termo-elettriche o nucleari occorre più territorio per poter ottenere la stessa quantità di energia.

Il problema è rappresentato dal fatto che il terreno, soprattutto nei Paesi sviluppati, è solitamente già utilizzato per altri scopi. Nella competizione per il suo uso, uno degli aspetti più delicati è rappresentato sicuramente dal fatto che la terra adibita alla produzione di energia viene strappata a quella di cibo. Di fronte alle polemiche sull’eccessivo consumo di territorio per la produzione energetica, stanno però arrivando rapporti tesi a fare chiarezza sulla questione, che in effetti sembrano andare verso un risultato ben definito.

Il rapporto dell’Energy Department’s National Renewable Energy Laboratory (NREL)

Per soddisfare l’intero fabbisogno elettrico degli Usa basterebbe lo 0,8% del territorio. A sostenerlo è uno studio redatto nel 2013 dall’Energy Department’s National Renewable Energy Laboratory (NREL) basato su dati reali. Lo studio afferma che al fine di produrre un GWh di elettricità solare negli Usa, è necessario occupare in media 1,6 ettari di terreno con il fotovoltaico di piccola tagli e, 1,3 ettari con quello di grande taglia e con il solare termodinamico, con variazioni che vanno dai 3 ettari per GWh degli impianti più settentrionali, ad appena 0,8 ettari per quelli nel deserto.

La differenza si spiega con la localizzazione di quasi tutti i grandi impianti nelle aree desertiche, naturalmente più assolate, mentre fra quelli termodinamici, tutti posti nel sud del Paese, la differenza dipende dal tipo di tecnologia adottata. Inoltre, prendendo come riferimento il dato di produzione media del solare per unità di superficie e i 4.000 TWh dell’intero fabbisogno elettrico USA, lo studio dimostra che occorrerebbero 64mila chilometri quadri di terreno con impianti solari per coprire interamente i consumi nazionali utilizzando il fotovoltaico a terra.

Si tratta di un’area pari a quella che mettono insieme Lombardia, Veneto ed Emilia e quindi tale da destare perplessità ad un primo esame. Per fugare le perplessità occorre però ricordare che rapportata alle dimensioni degli USA, questa estensione di suolo rappresenta appena lo 0,8% del totale, escludendo peraltro l’Alaska. Inoltre il dato andrebbe a ridursi ulteriormente in considerazione del fatto che gli Stati prevedono panieri energetici cui non contribuisce mai una sola fonte di energia.

Un rapporto dell’Oregon University

Non sempre il rapporto tra energia solare e agricoltura è problematico. A dimostrarlo è in particolare uno studio condotto da Elnaz Hassanapour Adeh, ricercatore dell’Università dell’Oregon, recentemente pubblicato su Plos One, che analizza l’impatto di una installazione di pannelli fotovoltaici della capacità di 1435 kilowatt, su un terreno di 6 acri, sulle grandezze micrometeorologiche in aria, sulla umidità del suolo e sulla produzione di foraggio.

Effettuato in una fattoria posizionata in una zona semi-arida, caratterizzata però da inverni piuttosto umidi, lo studio ha constatato come i pannelli hanno permesso di incrementare l’umidità del suolo, mantenendo al contempo acqua disponibile alla base delle radici per tutto il periodo estivo di crescita del pascolo, in un terreno che in caso contrario si sarebbe inaridito, alla stregua di quanto accaduto invece su quello di controllo, non coperto dai pannelli solari.

I risultati di questo studio sono in definitiva sorprendenti, mettendo in evidenza che, perlomeno in zone semi-aride, esistono strategie doppiamente vincenti, in grado da un lato di favorire l’aumento di produttività agricola di un terreno, nel caso in questione addirittura nell’ordine del 90%, producendo dall’altro energia elettrica in maniera sostenibile.