Autore: Dario Marchetti

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Errori di calcolo sulle tariffe autostradali: la denuncia della Corte dei Conti

La magistratura contabile ha messo in evidenza una lunga serie di distorsioni a favore del privato

Nell’infuriare della polemica politica a proposito della revoca delle concessioni autostradali, è passato sotto silenzio un aspetto molto importante della questione. E’ stata la Corte dei Conti, infatti, a ricordare come nel periodo in cui le autostrade sono state consegnate ai privati, in pratica l’interesse pubblico sia stato letteralmente fatto a pezzi.

Una denuncia pesantissima che rischia di non essere attentamente visionata dall’opinione pubblica proprio a causa del fatto che la sua attenzione è attualmente incentrata sulla battaglia tra il M5S, che indica come unica soluzione la revoca delle concessioni, e il resto dello schieramento politico, ancora restio all’idea di riconsegnare le autostrade allo Stato.

La denuncia di Massimo D’Antoni

Per capire meglio cosa sia accaduto, occorre fare riferimento a quanto detto da Massimo D’Antoni, docente di Scienza delle finanze a Siena, nella sua audizione da parte delle commissioni Affari costituzionali e Bilancio. Secondo lo studioso, infatti, l’aumento dei ricavi avvenuti dopo la privatizzazione non è dipeso dalla riduzione dei costi, come affermato in più occasioni da Autostrade per l’Italia, ma da un errore nella formula: in pratica non si sarebbe tenuto conto dell’aumento di traffico. Aumentando il numero di veicoli che transitano sulle strade in oggetto, aumentano i ricavi, non certo i costi. Una verità lampante di cui in pochi sembrano tenere conto.

L’esito sconcertante della privatizzazione delle autostrade

Altro aspetto toccato da D’Antoni è poi quello relativo alle modalità che hanno caratterizzato la privatizzazione delle autostrade. Se fino agli anni ’90 era controllata dall’IRI, Autostrade per l’Italia fu ceduta per fare cassa e mettere mano alla riduzione del debito pubblico, senza necessità di andare a toccare la spesa statale e, di conseguenza, generare conseguenze sgradite sul piano elettorale.

Secondo D’Antoni, però, l’esito è stato assolutamente sconcertante, in quanto anno dopo anno il flusso di profitto per il gestore è risultato immancabilmente il doppio del risparmio di interesse sul debito pubblico. Tradotto in soldoni, la privatizzazione è costata allo Stato centinaia di milioni di euro all’anno.

Una stridente contraddizione

La formula ancora vigente, prodotta dalla convenzione stipulata nel 2008, presenta una variabile qualitativa che dà diritto ad incrementi tariffari sul tasso di incidentalità sulla rete. Si tratta però di un dato che in realtà non dipende dal gestore, bensì dagli utenti. In pratica accettando questa formulazione si viene ad evidenziare un clamoroso paradosso: se gli automobilisti sono bravi (o corretti) alla guida e non provocano incidenti, si alza la redditività delle tariffe a favore del gestore.

A rendere ancora più chiaro il vero e proprio cortocircuito innescato da questa variabile è proprio la Corte dei Conti. Il rapporto della magistratura contabile, infatti, indica un aumento delle tariffe del 14% sulla rete di Autostrade, a fronte di un’inflazione pari a zero. In pratica l’aumento dei profitti procede al ritmo del 10% all’anno.

Una serie di dati che spiegano da soli perché nella privatizzazione delle autostrade non solo lo Stato ci abbia rimesso corposi proventi che sarebbero stati preziosi nell’ottica di una riduzione del debito pubblico, ma abbia in pratica consegnato ad Atlantia una vera e propria gallina dalle uova d’oro. Che la società ha pensato di sfruttare in maniera sempre più forte, anche a discapito degli utenti.