Autore: Dario Marchetti

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Gen

E’ l’Artico la nuova frontiera del petrolio?

Sono in molti a guardare alla zona artica nella ricerca di oro nero

I venti di guerra che ogni tanto tornano a soffiare sul Medio Oriente, continuano a tenere desta l’attenzione dell’opinione pubblica sul petrolio. Se Donald Trump ha tagliato corto sull’argomento in occasione della crisi con l’Iran conseguente all’uccisione del generale Soleimani, affermando che gli USA sarebbero autosufficienti, sembra proprio che la realtà sia molto diversa.

Talmente diversa da spingere comunque il Paese a guardare con grande interesse alle zone del globo ove l’oro nero si trova in abbondanza. Tra di esse, nel corso degli ultimi tempi ha iniziato ad affacciarsi con sempre maggiore insistenza l’Artico, ormai considerato la nuova frontiera del petrolio.

Un sesto delle riserve petrolifere sconosciute

Secondo alcune stime circolate di recente, nell’Artico sarebbero localizzate ingenti risorse petrolifere. Addirittura un sesto di quelle che ancora non si conoscono, un dato destinato a scatenare molto interesse alla luce di un 2019 che ha visto pochissime aggiunte alle scorte di liquido già esistenti. In particolare dalle compagnie petrolifere, che hanno visto scendere al minimo da 70 anni a questa parte le riserve.

Si tratta però di un interesse visto con un evidente fastidio dall’opinione pubblica internazionale. Lo stesso che negli Stati Uniti viene riservato all’ipotesi di andare a trivellare l’Alaska, all’interno del National Wildlife Refuge. Se Trump non sembra farsi eccessivi problemi in tal senso, in altri Paesi l’orientamento e del tutto differente. Il Canada ha in atto una moratoria sino al 2012, che potrebbe essere estesa per un ulteriore quinquennio, mentre Norvegia e Russia sembrano guardare ad altre ipotesi.

Le difficoltà di sfruttare il petrolio artico

A spingere Norvegia e Russia verso ipotesi alternative sarebbe in particolare la difficoltà di estrarre il petrolio dall’Artico. Non solo derivanti dalla complessa geologia dell’area, ma anche da una serie di fattori estremi, tra i quali la potenza dei venti, la presenza del ghiaccio marino e la deriva degli iceberg.

Problematiche che del resto sono state evidenziate da quanto successo al progetto Goliat, focalizzato su un giacimento posto nel Mare di Barents. Tanto da spingere le autorità norvegesi a guardare con sempre minore entusiasmo all’opportunità rappresentata da un progetto che pure era stato definito avveniristico.

Le condizioni naturali sono molto critiche

Se da un lato il cambiamento climatico potrebbe mutare la situazione aprendo spiragli per lo sfruttamento del petrolio artico, sull’altro piatto della bilancia occorre mettere alcune considerazioni di non poco conto. In particolare l’Artico non offre grandi possibilità in termini di mitigazione del rischio. La maggior parte del recupero delle fuoriuscite di petrolio verrebbe generalmente effettuato da batteri mangiatori di petrolio, impedendo una procedura standard.

Va poi ricordato che la pratica assenza di onde sotto il ghiaccio, rende una eventuale dispersione di petrolio un problema molto più grande di quello che caratterizza le situazioni normali. Cui si andrebbe ad aggiungere il basso livello di nutrienti marini e l’aumento della viscosità in acqua ghiacciata.

Proprio per questo motivo il petrolio artico rimane ancora oggi una ipotesi difficilmente percorribile. A meno che la situazione sempre più caotica del Medio Oriente, ove gli Stati Uniti si trovano a prendere in considerazione l’ipotesi di abbandonare l’area, non cali come un macigno sulla discussione in atto.