Pensione 5 anni prima: combinazione possibile 62+20, ma con accordo entro il 30 novembre 2021

Pensione 5 anni prima: combinazione possibile 62+20, ma con accordo entro il 30 novembre 2021

Si può accedere alla pensione 5 anni prima di compiere l’età pensionabile o 5 anni prima di raggiungere le pensioni anticipate, ma serve accordo sul turnover generazionale.

Non sarà una misura aperta alla generalità dei lavoratori, ma esiste la misura ideale per poter anticipare la quiescenza senza dover necessariamente attendere i 67 anni previsti dalla pensione di vecchiaia.

La misura è il contratto di espansione, nato per favorire innanzi tutto il ricambio generazionale nelle aziende e che offre vantaggi ai lavoratori in termini di uscita. Un vantaggio di 5 anni che difficilmente si trova in altre misure, soprattutto se si pensa che non servono carriere contributive elevate, poiché basterebbero anche 20 anni di contributi.

Pensione a 62 anni con 20 di contributi, l’occasione è buona

Fino a 5 anni di scivolo rispetto sia alla pensione anticipata che a quella di vecchiaia, questo si può ottenere con il contratto di espansione. C’è anche il via libera dell’Inps che ha prodotto già tutti i chiarimenti relativi alla misura.

Il contratto di espansione potrebbe fare al caso di molti lavoratori che potrebbero sfruttarne i benefici in termini di uscita dal lavoro. La misura offre un nuovo strumento ai datori di lavoro che così possono contare su un valido aiuto per gestire il ricambio generazionale. Una misura che si affianca al contratto di espansione ma che dal lato del datore di lavoro offre oneri meno pesanti.

Una disciplina particolare quella che riguarda il contratto di espansione, strumento previsto dall’ultima legge di Bilancio. La misura che come anticipato, nasce come incentivo al turnover nelle aziende. Un ricambio generazionale votato alla riqualificazione del personale sostituendo i più anziani con lavoratori più giovani.

Si va da veri e propri prepensionamenti a programmazioni di riduzione di orario. Al personale viene riconosciuta o la cassa integrazione straordinaria per un periodo massimo di 18 mesi o la risoluzione anticipata del rapporto di lavoro. Proprio quest’ultima eventualità è quella del prepensionamento che riguarda il personale che si trova a 5 anni dalla vera pensione, cioè con 62 anni di età o con 37,10 anni di contribuzione versata (le donne con 36,10 anni).

Cosa serve per il prepensionamento?

La misura ha precisi paletti da rispettare. Serve in primo luogo che il cosiddetto contratto di espansione venga stipulato in sede Ministeriale tra sindacati e azienda che intende avviarlo. Una volta siglata l’intesa tra datori di lavoro e sindacati serve l’adesione del lavoratore.

Se accordi e adesioni si completano e concretizzano si arriva alla risoluzione del rapporto di lavoro e conseguente prepensionamento del lavoratore interessato. Una risoluzione consensuale vera e propria. Ma c’è un paletto che limita di molto la possibilità di sfruttare la misura delimitando solo a determinati lavoratori questa possibilità.

Ciò che incide e ciò che è un requisito decisivo è l’organico aziendale che non deve essere inferiore a 250 dipendenti. In altri termini per attivare il contratto di espansione e quindi per consentire il prepensionamento dei lavoratori, è necessario che l’azienda sia di organico pari o superiore a 250 lavoratori.

L’Inps ha specificato che può risultare buono per raggiungere il limite dei 250 dipendenti, anche il raggruppamento in gruppi di aggregazione di imprese con alla base finalità produttive e di servizi. L’accordo di aggregazione di queste aziende deve però essere antecedente l’altro accordo, cioè quello del contratto di espansione vero e proprio.

Altro paletto è quello della tipologia di lavoratore che potrà sfruttare la misura e che deve essere il lavoratore assunto a tempo indeterminato. La chiusura consensuale del rapporto di lavoro deve avvenire entro il 30 novembre 2021.

Quanto si percepisce

Una volta in prepensionamento, al lavoratore l’azienda garantisce una indennità mensile fino alla data di pensionamento vero e proprio, sia esso di vecchiaia che con la pensione anticipata.

Infatti l’indennità mensile è erogata fino a quando il dipendente non raggiunge una delle due uscite previste dalle due misure previdenziali principali del sistema nostrano (non vale per le altre misure come la quota 100, l’Ape e così via).

Se la pensione più vicina è quella di vecchiaia, il datore di lavoro eroga al dipendente solo l’indennità che è pari alla pensione maturata dallo stesso dipendente alla data di risoluzione del rapporto di lavoro.

Per il datore di lavoro c’è anche lo sconto a carico dello Stato, pari alla Naspi che il lavoratore avrebbe percepito a seguito della interruzione del rapporto di lavoro. In altri termini l’importo della Naspi spettante al lavoratore fino a due anni come indennità per disoccupati prevede, verrà restituita al datore di lavoro.

Se invece la misura più vicina al lavoratore in prepensionamento è la pensione anticipata, l’azienda oltre a versare l’indennità mensile al netto della naspi teoricamente spettante, deve versare anche i contributi previdenziali mancanti al lavoratore per arrivare ai 42,10 o 41,10 previsti rispettivamente per uomini o donne.

Solo per le aziende più grosse (quelle con organico superiore alle 1.000 unità) lo Stato corrisponde alla stessa azienda un extra bonus pari all’ultimo mese di Naspi teoricamente spettante al lavoratore, moltiplicato per 12.