Licenziamento statali per scarso rendimento: c’è, ma non viene usato. Ecco perché

Il Jobs Act vale solo per i dipendenti del settore privato, mentre gli statali devono attendere il ddl Madia, in cui si parla del licenziamento per scarso rendimento, in realtà già previsto dalla Riforma Brunetta del 2009. Intanto si fanno sempre più evidenti le differenze tra il settore pubblico e privato.

Se il licenziamento resta il grande svantaggio per i neoassunti del settore privato con il Contratto-a-tutele-crescenti-2015 contratto a tutele crescenti previsto dal Jobs Act, poiché sarà più facile rispetto al vecchio contratto a tempo indeterminato, nel settore pubblico gli statali attendono il ddl Madia per capire quali saranno le loro regole a riguardo.

Il Ministro Madia ha già rassicurato gli animi di molti: gli statali godranno sempre e comunque del reintegro nei casi di licenziamento illegittimo, perché

"si licenzia con i soldi di tutti".

La Madia ha dichiarato che tra il settore pubblico e privato esistono delle differenze oggettive, ma è giusto scavare un solco così profondo tra le due categorie di dipendenti?

Un altro esempio: per il dipendente pubblico, a differenza del privato, non può essere previsto il licenziamento individuale per motivi economici, al massimo possono configurarsi modalità di esubero collettive, come il caso delle Province.

Licenziamento per scarso rendimento

La spina nel fianco dei dipendenti pubblici sarà invece il licenziamento per scarso rendimento. Come ha dichiarato Renzi durante la conferenza stampa di fine anno:

"Se noi abbiamo deciso di non mettere lo scarso rendimento nel privato, questo non vuol dire che non lo si possa mettere nel pubblico impiego. E visto che si entra per concorso, si può immaginare che i giudici abbiano un ruolo maggiore. Io sono un sistema per cui nel pubblico impiego chi sbaglia paga".

Il licenziamento per i cosiddetti «fannulloni» esiste già dal 2009, in base a quanto disposto dalla Riforma Brunetta (il quale invita Renzi ad applicare la riforma già esistente "senza nessuno spreco di energia di una nuova riforma”), per cui un dipendente pubblico può essere licenziato, tra le altre cose, per:

  • assenza ingiustificata per oltre 3 giorni nell’arco di 2 anni o per una settimana negli ultimi 10 anni;
  • presentazione di un certificato medico falso;
  • scarso rendimento, secondo i criteri stabiliti dalla legge;
  • falsa attestazione della presenza in servizio.

Quanto vengono applicate queste regole? Quasi per niente, poiché nel caso di un licenziamento illegittimo di un dipendente pubblico, sarebbe il dirigente il responsabile del danno erariale, dunque la persona su cui graverebbe l’onere del risarcimento.

Come spiega Pietro Ichino (senatore di Scelta civica):

"E’, comprensibilmente, rarissimo che un dirigente sia disposto a rischiare i risparmi di famiglia per licenziare un dipendente: meglio il consueto patto di reciproco riconoscimento del diritto all’inefficienza, per cui il dirigente non mette sotto stress i dipendenti e questi non mettono sotto stress lui”.

La prassi è dimostrata dai numeri riportati da Il Giornale: ogni anno vengono licenziati poco più di 100 dipendenti pubblici l’anno, su 3,5 milioni, contro i 40.000 dipendenti privati, su 11.000,

L’esistenza del licenziamento disciplinare per scarso rendimento viene difesa anche dal coordinatore dei Settori pubblici della Cgil, Gentile: Renzi non innova niente:

«la famosa rivoluzione copernicana l’hanno già fatta, ma finora è rimasta lettera morta a causa del mancato rinnovo dei contratti, blocco prorogato dal governo a tutto il 2015».