Alitalia: ennesimo salvataggio della compagnia di bandiera. Ma chi paga?

Il Ministro Lupi alla Camera interrogato sulla questione Alitalia rassicura: «fino ad oggi nessuna risorsa pubblica è stata destinata dallo Stato e quindi dal governo nelle trattative e nelle questioni riguardanti Alitalia ed Etihad».

Ma stando al piano industriale Alitalia, presentato a dicembre 2013 da Gabriele Del Torchio, la compagnia aerea punta a risparmi complessivi per 295 milioni di euro. 128 dei quali dovrebbero arrivare dai risparmi sul costo del lavoro, ma sulla somma restante c’è chi teme già la zampino dello Stato. D’altro canto non sarebbe una novità per l’Italia che la mal gestione di un’azienda vada a ricadere sulle tasche dei cittadini.

Salvataggio Alitalia 2008
Tutti si ricordano le disastrose condizioni economiche in cui versava Alitalia nel 2008. La compagnia di bandiera sull’orlo del fallimento fu al centro di accesi dibattiti e anche della campagna elettorale per le elezioni nazionali. Ad un piano elaborato dall’allora ministro del Tesoro Tommaso Padoa-Schioppa rispose con un’offerta Air France, sostenuta da parte della classe politica, primo tra tutti dal premier Romano Prodi.

Ma il neo nato governo Berlusconi, in nome dell’italianità della compagnia aerea decise di salvare l’azienda con una cordata di imprenditori italiani. Nell’agosto del 2008 Berlusconi annuncia il salvataggio: «la nuova Alitalia sarà una vera compagnia di bandiera, più efficiente, in equilibrio finanziario, al servizio degli italiani e affidata alla nostra migliore imprenditoria».

Alitalia fu così divisa in due parti: una parte «sana» comprata dalla cordata italiana composta tra gli altri da Marcegaglia, Benetton, Caltagirone, Riva, Ligresti, Gavio e Intesa Sanpaolo allora guidata da Corrado Passera; e la bad company con debiti, esuberi scaricata sulle casse dello Stato.

Il salvataggio di Alitalia nel 2008, alla luce dei calcoli effettuati anni dopo, è costata allo Stato italiano 3 miliardi di euro per la bad company più un miliardo di debiti accumulati dalla nuova compagnia. Per non parlare del capitale umano perso o danneggiato: almeno 10.000 lavoratori in cassa integrazione e mobilità.

Aumento di capitale
Nonostante il salvataggio della cordata a difesa dell’italianità, a novembre 2013 siamo punto e a capo. Alitalia rischia il fallimento e molti si chiedono se non sarebbe stato meglio vendere Alitalia ad Air France nel 2008.

In sintesi, per il secondo salvataggio di Alitalia si è deliberato nell’ottobre 2013 un aumento di capitale da 300 milioni di euro. Una prima tranche da 173 milioni fu sottoscritta dai già soci Intesa Sanpaolo e Unicredit. Air France, in quel momento al 25% del capitale di Alitalia, non partecipò all’aumento di capitale diluendo così la propria posizione fino all’8%.

A dicembre 2013 il consiglio di amministrazione di Poste Italiane ha dato il via libera ad un aumento di capitale da 75 milioni per l’ingresso di Poste in Alitalia. Quella cifra corrisponde all’investimento in azioni della compagnia di bandiera rimaste inoptate nell’ambito della prima tranche di ricapitalizzazione.

Massimo Sarmi, al tempo dell’investimento di Poste Italiane in Alitalia assicurò che i risparmi dei cittadini non sarebbero stati toccati: «non sarà utilizzata alcuna risorsa proveniente da conti correnti postali, da buoni o da libretti postali».

E così è stato. Per l’operazione non stati utilizzati i soldi dei depositi, bensì i guadagni realizzati dalla Poste Italiane grazie anche ai depositi. Ovvero una minima parte del miliardo di utili registrati dal Gruppo Poste nel 2012 che solitamente finisce in riserve, investimenti o cedole per l’azionariato. Azionariato rappresentato, in questo caso, dal Ministero dell’Economia e delle Finanze al quale Poste Italiane in precedenza aveva staccato dividendi da cifre non trascurabili.

Ai 75 milioni di investimento delle Poste Italiane si aggiungono altri 61 milioni di incentivi pubblici al settore aereo arrivati dalle casse dell’Enav in tre diverse tranches.

E adesso?
La società a dicembre ha promesso, nel presentare il nuovo piano industriale, risparmi per 295 milioni. Di tale cifra, 128 milioni dovrebbero arrivare dal taglio del costo del lavoro, dai sindacati però sono stati accordati soltanto 80 milioni di tagli sul personale (tramite contratti di solidarietà e cassa integrazione).

Il resto, ovvero 215 milioni dovrebbero arrivare da una rimodulazione dei contratti ancora in corso di trattativa e non ancora data per certa. In caso di fallimento mancherebbero all’appello più di 200 milioni di euro. Che, visti i precedenti, potrebbero ricadere con diverse modalità sulle casse dello Stato.