Pensioni e aspettativa di vita: in pochi anni serviranno 68,1 anni di età e 44 anni di contributi versati

Pensioni e aspettativa di vita: in pochi anni serviranno 68,1 anni di età e 44 anni di contributi versati

Nella relazione annuale dell’Inps, con l’audizione di Pasquale Tridico si è parlato anche di aspettativa di vita e l’incidenza del Covid rischia di essere riassorbita in un decennio.

Le pensioni e i loro requisiti di accesso sono collegati alle aspettative di vita degli italiani. Questo è un dato di fatto dettato dalla normativa previdenziale italiana. Infatti più incrementa la vita media degli italiani e più salgono età pensionabile e requisiti di accesso alle pensioni.

A dire il vero da qualche anno tutto è fermo, perché l’ultimo scatto si è verificato nel 2019 quando l’età pensionabile salì da 66,7 anni ai 67 validi ancora oggi. E pure le pensioni distaccate dai limiti di età salirono di 5 mesi. E sarà così ancora per qualche anno, anche se presto si ritornerà gioco forza all’incremento.

Il Covid con le sue tante vittime ha di certo abbassato la speranza di vita degli italiani, e la domanda di molti è se questa tragedia provocherà miglioramenti in termini di età pensionabile per esempio.

Dal punto di vista normativo il sistema non prevede passi indietro, nel senso che per l’aspettativa di vita, se questa diminuisce, non produce un abbassamento dell’età pensionabile. E tra l’altro in base agli scenari futuri, occorre dire che nonostante il Covid, entro il 2033 l’età pensionabile rischia di salire in misura superiore ai 12 mesi superando la soglia dei 68 anni.

La speranza di vita, un meccanismo complicato da capire

Il primo adeguamento delle pensioni alla stima di vita degli italiani si è avuto nel 2013. Fu il decreto del 6 dicembre 2011 ad incrementare di 3 mesi l’età pensionabile precedentemente prevista. Si è passati dai 66 anni precedenti, ai 66 anni e 3 mesi. Poi, con il decreto del 16 dicembre 2014, altro scatto di 4 mesi, ed età pensionabile che passò a 66,7 anni.

Infine, il già citato scatto dal primo gennaio 2019, che ha fissato l’età pensionabile a 67 anni esatti come oggi ancora si esce dal lavoro. Lo scatto previsto per il biennio 2021-2022 fu annullato dalla mancata crescita delle aspettative di vita della popolazione come l’Istat ogni anno certifica.

E sarà così anche per quello previsto nel 2023, perché nel frattempo fu stabilito che gli adeguamenti sarebbero stati a carattere biennale.
In pratica, fino al 2025, si resterà senza dubbio all’età pensionabile di oggi, con la pensione di vecchiaia ferma a 67 anni di età.

Lo scatto previsto doveva essere di 3 mesi, ed in questo il Covid ha contribuito al calo visto che si prevede un incremento di “soli” due mesi. Dal 2025 quindi serviranno 67,2 anni di età per la pensione di vecchiaia. Questo l’unico “vantaggio”, se così si può chiamare visto che parliamo di morti e di pandemia, che il Coronavirus ha prodotto.

Dal 2026 però tutto verrà riassorbito, anche perché inevitabilmente l’età media di vita tornerà a risalire. E nello stretto giro di 8 anni, ogni due anni la pensione si allontanerà sempre di più. Questo lo scenario che si evince dalla relazione annuale dell’Inps.

Cosa accadrà da qui al 2033 per le pensioni

Come detto, fino al 2024 dovremmo essere ai ripari da qualsiasi rischio di questo genere, cioè l’età pensionabile resterà invariata a 67 anni. la pensione anticipata invece segue una strada differente perché per decreto la soglia contributiva utile che oggi è pari a 42,10 anni di versamenti per gli uomini e 41,10 per le donne, resterà tale fino al 2026.

Agli scatti inferiori al previsto rispetto agli scenari pre Covid, si passerà a scatti ben più pesanti dal 2026 in poi. Per le pensioni anticipate dal 2027 l’età contributiva necessaria per andare in pensione senza limiti di età passerà a 43 anni e un mese. Prima del Covid lo scatto previsto era di soli due mesi fino a 43 anni esatti di contributi versati. Per le pensioni anticipate si arriverà al 2035 con 44 anni di contributi necessari.

Come dicevamo, ciò di cui parliamo deriva dalla relazione annuale dell’Inps appena presentata alla Camera dei Deputati, dove testualmente si legge che: «la brusca diminuzione della speranza di vita a 65 anni nel 2020 causata dalla pandemia ha riportato a un valore simile a quello registrato nel 2010. Questo comporta un rallentamento della crescita dell’età di pensionamento per vecchiaia, rallentamento tuttavia temporaneo e che sarà riassorbito nell’arco di un decennio».

Gli scatti vengono calcolati come media della differenza della speranza di vita a 65 anni del 2019 rispetto a quella del 2017 e dell’analoga differenza del 2020 rispetto al 2018. La frenata della stima di vita del 2020 ha posticipato gli scatti previsti, ma dal 2021 l’età media di vita torna a salire.

L’effetto Covid scomparirà del tutto nel 2022. In base ai calcoli se è vero che per i prossimi tre anni l’età per la pensione di vecchiaia continuerà a essere pari a 67 anni, dal 2025 come già detto si sale a 67,2. Ma ciò che accadrà dopo è ancora peggiore perché ogni due anni si dovrebbe risalire di 3 mesi, passando a 67,5 nel 2027, 67,8 nel 2029 e 68,1 nel 2031. Leggi anche: Riforma pensioni: in Parlamento 3 proposte Inps, possibile uscita a 63 o 64 anni