Airbnb-tassa sugli affitti brevi: cosa è cambiato?

La multinazionale Airbnb è contraria alla tassa sugli affitti brevi ed ha presentato anche una notifica al Garante della concorrenza.

La multinazionale Airbnb si schiera contro la tassa sugli affitti brevi che obbligherebbe chi affitta la propria abitazione o una camera attraverso la startup a pagare al fisco delle imposte.

Il via è stato per cercare di limitarne l’attività di affittacamere che potrebbe asfissiare il mercato degli alberghi, ma ora Airbnb si è rivolta al Tar ed ha segnalato anche al Garante della concorrenza la violazione del diritto di libera concorrenza della legge.

Cosa è l’imposta di soggiorno

Dal 2018 sarà effettiva questa imposta sul soggiorno. Ma di cosa si tratta? Secondo l’articolo 4, comma 7 del Dl 50/2017 ci sarà la possibilità di creare una imposta/contributo relativo al soggiorno da versare ai comuni. Si tratta quindi di una possibile imposta di carattere locale applicata a carico delle persone che alloggiano nelle strutture in alcuni territori che possono essere definiti come città d’arte o centri turistici, come Roma, Firenze.

Attraverso una manovra correttiva questa viene applicata ad Airbnb anche ed a chi affitta camere attraverso il portale. La tassa sugli affitti brevi impone all’intermediario della transizione e del servizio di trattenere la cifra dovuta e trasmettere alle Entrate i dati del proprietario.

Cosa cambia per i proprietari delle abitazioni? Niente, perché il versamento al Fisco è un obbligo e lo era anche in precedenza. Quello che toccherà invece ai portali come Airbnb è la funzione di sostituto d’imposta. Quindi nella pratica i siti dovranno trattenere le tasse da chi affitta e versarle all’Erario.

La denuncia di Airbnb

La startup si è rivolta al Tar il 22 di settembre per un ricorso contro la legge sugli affitti brevi ed ora ha segnalato l’accaduto anche all’Antitrust che indagherà adesso sulla possibile lesione del diritto alla libera concorrenza della legge.

La denuncia della legge sugli affitti turistici da parte di Airbnb punta su due punti: da un lato per il suo essere contrario alla libera concorrenza, dall’altro relativamente all’essere penalizzante rispetto agli altri operatori turistici come Booking, che non sono costretti dalla legge a trattenere la cedolare del 21%.

Le parole di Chris Lehane sulla questione

Chi è Chris Lehane? Ex consigliere di Bill Clinton, ricopre dall’agosto del 2015 il ruolo di Head of Global Policy and Public Affairs per la startup Airbnb.

“È un atto dovuto, un passaggio formale. Questa legge ci discrimina, ma vogliamo lavorare con il governo per trovare soluzioni più opportune. Così come formulata la legge non funziona. L’idea di spostare la responsabilità del prelievo a piattaforme come la nostra è stata subito ribattezzata «Tassa Airbnb», già questo la dice tutta. E’ così discriminatoria che di fatto si applica solo a noi, escludendo piattaforme simili”

Insomma Airbnb non vuole essere costretta dal Governo italiano a pagare quella tassa che crede sia contraria alla libera concorrenza. Ci saranno novità a breve sulla questione per mettere la parola fine a questa diatriba.