Ultime Covid, Speranza: «Partita ancora tutta da giocare»

Il ministro invita alla massima attenzione in relazione alla presenza di nuove varianti che rendono l’epidemia ancora in atto

La nuova sfida contro il Covid è non illudersi che sia finita. È più o meno questo il pensiero che Roberto Speranza, ribadito nel corso della conferenza programmatica del Psi. Il Ministro della Salute mantiene, dunque, la sua linea di prudenza e invita, in sostanza, a prepararsi all’idea che il tempo della prudenza non è ancora finito.

Covid, la situazione e la questione varianti

Il punto di vista del ministro, più volte espresso, negli ultimi giorni è imperniato su due aspetti. La soddisfazione per una campagna vaccinale che procede e offre risposte importanti in termini epidemiologici. E poi però c’è il tema varianti che, come è noto, nello scenario più nefasto ipotizzabile (per fortuna non ancora concretizzatosi e non è detto che lo sarà mai) potrebbero dare seriamente fastidio ai vaccini.

Covid, cosa ha detto Speranza

Nell’analisi dei fatti si parte da una constatazione. «La situazione - si legge nelle dichiarazioni del ministro riportate dall’Ansa - è cambiata positivamente». Il riferimento è verosimilmente al fatto che la pressione sui sistemi sanitari è ormai bassa, che la campagna vaccinale prosegue a ritmo serrato e che l’orizzonte di una popolazione largamente immunizzata è sicuramente migliore di quello che sarebbe stato senza.

La partita contro il coronavirus è ancora aperta

Ma il monito fatto è abbastanza chiaro. «Va detto - ha spiegato il ministro - che non dobbiamo assolutamente considerare vinta questa sfida». I campanelli d’allarme sono noti. Basti pensare, ad esempio, alla variante Delta che si sta facendo strada in un paese con un’alta percentuale di vaccinati come la Gran Bretagna.

Proprio per questo Roberto Speranza ha messo in evidenza la necessità di «massima attenzione» per la presenza di «nuove varianti che non ci fanno stare tranquilli». «La partita - ha proseguito - è ancora tutta da giocare» e «l’epidemia non è chiusa».

Parole che trovano una sostanziale condivisione sia a livello scientifico che politico. Un’idea a cui si allinea Mario Draghi stando ad alcune dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi e che lascia intendere come l’Italia non adotterà scelte per il futuro che siano fatte al momento come se la pandemia fosse finita.

Vaccini, necessità di proteggere gli ultrasessantenni

Il livello di guardia resta alto, sebbene ci sia consapevolezza che persino la temuta variante Delta su una popolazione vaccinata (con il ciclo completo) generebbe un effetto nettamente meno grave di quello che avrebbe avuto qualora non ci fosse stata l’immunizzazione.

Una prospettiva plausibile è che, stando a quanto alcuni scienziati hanno dichiarato, è che ci si possa infettare senza sviluppare, se vaccinati, forme di malattie grave. Il rischio però della diffusione del virus è che possa ugualmente andare a penetrare fino a raggiungere persone particolarmente fragili che magari non si sono potute vaccinare o altre che hanno scelto di non farlo e che finirebbero per essere più vulnerabili.

Sul tema tra l’altro si registrano parole significative da parte del ministro per gli Affari Regionali Maria Stella Gelmini. In un’intervista al Corriere della Sera del 4 luglio si è parlato di vaccini e degli ottimi numeri della progressione della campagna vaccinale.

«Adesso - ha chiarito il ministro - però inizia la fase più difficile, perché con il calare dei contagi diminuisce anche la paura e c’è purtroppo chi pensa di aspettare ancora. È un errore drammatico che va scongiurato: se necessario andandoli a trovare a casa. Ci sono ancora troppi ultrasessantenni senza protezione, anche se va detto che, all’interno di questa categoria, gli ultra 80enni e gli ultra 70enni sono largamente coperti, altrimenti, con la variante Delta, staremmo vivendo ben altro film».