Autore: Adamo Modica

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Telecom, Alitalia e non solo: breve storia delle (s)vendite italiane

Telecom agli spagnoli di Telco. Alitalia al cugino d’oltralpe Air France. Due pezzi importanti del comparto industriale italiano sembrano irrimediabilmente destinati a mani straniere. Il tutto mentre il Governo prepara un altro pacchetto di privatizzazioni che il premier Enrico Letta va ad illustrare sulle piazze finanziarie del Nord America e dell’Europa. Prossimo gioiello di famiglia in vendita, le tre Ansaldo (Energia, Sts e Breda) pronte probabilmente per i coreani di Doosan.

Sono sempre meno quelli che vedono un valore in queste acquisizioni estere, che sembrano sempre di più denunciare la debolezza del sistema Italia. Uno shopping che sta staccando pezzo dopo pezzo tutta la struttura industriale creata dalla fine dell’Ottocento.

Ormai è chiaro: sotto le Alpi non ci sono attori economici capaci di creare capitali di rischio privati per trattenere in patria la testa dei grandi gruppi tricolore. Il caso della privatizzazione Alitalia è emblematico. E’ durata poco più di 4 anni l’avventura tricolore in difesa dell’italianità della compagnia di bandiera: appena quest’anno è finito per i soci l’obbligo di tenere le quote, si è cercato qualcuno con le spalle più grandi che permetta di rientrare dell’investimento.

Dalla fine degli anni Novanta i passaggi di controllo in mani estere si sono fatti sempre più frequenti: aziende del lusso, aziende dell’alimentare, aziende industriali, banche.

Ecco alcuni dei casi più importanti, riportati dall’ANSA.

Settore moda e beni di lusso

A fine settembre 2011 Bernard Arnault e la sua Louis Vuitton Moët Hennessy S.A. (LVHM) si sono accaparrati il 98,09% di Bulgari, mentre lo scorso luglio acquistarono il marchio italiano celebre in tutto il mondo per la produzione in cachemire, Loro Piana.

Ancora prima fu la volta di Emilio Pucci e Fendi. Francois Henri Pinault con la sua PPR ha preso a suon di miliardi Bottega Veneta e Sergio Rossi, rendendosi recentemente protagonista anche del salvataggio di Richard-Ginori, un pezzo di storia dell’arte della porcellana italiana nata nel Settecento.

Guardando al mondo arabo: la Gianfranco Ferré è stata ceduta al gruppo Paris Group di Dubai. Mentre il principe degli stilisti, Valentino, dopo alcuni passaggi di mano è ora fra gli asset della casa reale del Qatar.

La più blasonata azienda italiana di grandi magazzini, La Rinascente, ora è in mano ai tailandesi di Central Retail. In mano straniera, ancora una volta francese, è finita anche la catena Coin, fondata nel 1916 da Vittorio Coin, ora della Pai Partners.

Settore alimentare

Il colpo che ha fatto più scalpore è stato sicuramente l’acquisizione della Parmalat: il ’’gioiellino’’ di Calisto Tanzi, prima portata al fallimento, poi salvata a lacrime e sangue dall’allora commissario Enrico Bondi. Così bravo da attirare le brame del gruppo francese Lactalis.

Lo stesso che si era già preso la Galbani. Prima di Parmalat se n’era andata la Buitoni, ora in mano a Nestlè, e dopo se ne sono andati altri pezzi dell’alimentare italiano.

Si va dalla Gancia, passata all’oligarca russo della vodka Roustam Tariko, all’olio Bertolli, ora del gruppo spagnolo Deoleo proprietario anche di Carapelli, Sasso, Minerva oli. Sempre di Nestlè è anche la Perugina, mentre la svizzera Unilever si è presa l’Algida e l’Antica gelateria del Corso.

Energetico e bancario

L’Edison è ormai di proprietà di Electricité de France. Acea ha fra i suoi azionisti Gdf-Suez. Quanto alle banche, La Banca Nazionale del Lavoro fa parte del colosso francese Bnp Paribas, mentre Cariparma è controllata da Credit Agricole.