Prima dose Pfizer, quale copertura? La spiegazione del professor Vaia

Il direttore sanitario dello Spallanzani ha chiarito gli eventuali dubbi relativi al distanziamento tra prima e seconda dose oltre i 21 giorni

Qual è la protezione dopo la prima dose di vaccino? Una domanda legittima, se si considera che quasi tutti i preparati anti-Covid sono caratterizzati dalla necessità di una doppia inoculazione. L’eccezione è Johnson and Johnson, per il quale basta una singola dose.

Prima dose Pfizer da 21 a 42 giorni

Lo spostamento della seconda dose di Pfizer a 42 giorni di distanza dalla prima fa discutere. Una scelta che può agevolare la distribuzione del vaccino nel piano, ma che ha dato l’idea di stridere con quello che è quasi un invito della casa americana ad attenersi all’indicazione iniziale.

A fare chiarezza ci ha pensato, però, il professor Francesco Vaia. Il direttore sanitario dello Spallanzani, struttura d’eccellenza italiana, chiamato ad esprimersi sulla questione nel corso della trasmissione L’aria che tira, in onda su La 7.

Quest’ultima ha, in particolare, citato uno studio dello stesso Spallanzani «gemello» di quello dello Shiba di Tel Aviv e degli americani del Cdc.

Copertura dopo prima dose Pfizer, cosa dicono gli studi

«Dopo la prima dose - ha evidenziato il professor Vaia - abbiamo una capacità di responder, cioè di produrre anticorpi, del 96,8% che è una percentuale altissima. E un’efficacia di protezione della malattia superiore all’80%, parliamo di prima dose Pfizer». Numeri che, in qualche modo, legittimano l’idea che vaccinare quanta più gente possibile anche con una sola dose è una via importante per uscire dai problemi.

Rispetto alle possibilità di contagio dei vaccinati, Vaia ha chiarito: «Intanto ciascuno di noi è una realtà a sé stante. Quando noi parliamo di percentuale, parliamo di percentuale. Se diciamo superiore all’ 85% o al 90% significa che c’è un 15 o 10% in cui si iscrivono persone che non sono responder. Fortunatamente sono una minoranza, ma esistono. Pur essendo vaccinate, non producono anticorpi e non hanno protezione totale dalla malattia».

«Le persone - ha, però, puntualizzato - che si sono contagiate dopo il vaccino sono persone che hanno contratto l’infezione, ma non si sono aggravate». Rispetto all’indicazione di Pfizer di continuare a mantenere il distanziamento tra le dosi di 21 giorni, Vaia ha chiarito come questo derivi dal fatto che i trial, per questione di tempi, siano stati ristretti al punto da non poter verificare una soluzione di questo tipo.

Ma oggi i dati che loro non hanno, ci sono già stando a quanto spiegato dallo scienziato. «In maniera empirica, cioè sul campo, noi - ha evidenziato Vaia - abbiamo verificato che dopo la prima dose c’è una grande protezione. Messaggio chiaro agli italiani: non si tratta di sperimentare ancora, già è stato sperimentato. Diamo fiducia, dieci giorni non cambiano nulla. Questo è il messaggio».

Vaia: «Non esistono vaccini di Serie B»

L’idea di vaccinare quante più persone possibili con una sola dose è stata una strategia che ha funzionato in Inghilterra, sebbene sia stata una strategia messa a punto con AstraZeneca, Un vaccino che, come è noto, ha caratteristiche diverse da quello Pfizer.

«Noi - ha precisato Vaia - diciamo che tutti i vaccini in campo sono buoni per poter proteggerci dalla malattia e dalla possibilità di contagio, soprattutto dalla mortalità». «Smettiamola - ha puntualizzato - di dire vaccini di Serie A e di Serie B. La smetta anche la Comunità Europea».

E poi il direttore Sanitario dello Spallanzani è tornato su uno dei fatti degli ultimi giorni, ossia il mancato rinnovo dell’accordo tra Unione Europea ed AstraZeneca. Una scelta che nasce non da dubbi sull’efficacia del preparato, ma da altre questioni. Quelle che il medico vorrebbe venissero essere messe in risalto per evitare che passino messaggi sbagliati.

«Se io - ha dichiarato - ho un problema commerciale devo avere il dovere di comunicare bene quale è il mio problema con AstraZeneca sennò rischi di ingenerare ancora una volta nell’opinione pubblica la sensazione di un vaccino di Serie B».