Autore: Redazione

Elsa Fornero - Pensione

5
Feb

Perché il referendum anti Fornero è stato respinto? I 3 motivi della Corte

Perché il referendum per abolire la Riforma Fornero è stato respinto dalla Corte Costituzionale? Le motivazioni sono state depositate, ecco le 3 ragioni principali.

Il capitolo pensioni è un capitolo ancora molto delicato nel welfare italiano. Non essendo intervenuta a riguardo la Legge di Stabilità 2015, il leader della Lega Matteo Salvini si è battuto per il referendum anti Fornero, al fine di ottenere un ripristino dei requisiti pensionistici vigenti prima dell’entrata in vigore della Riforma dell’ex Ministro del Lavoro.

L’abolizione della Riforma Fornero, tuttavia, resterà un sogno, un’utopia, un miraggio. Almeno per ora. Poche settimane fa infatti la Consulta ha bocciato il referendum, dichiarandolo inammissibile con grande delusione dei leghisti e non solo.

Con una nota veniva spiegato:

“La Corte costituzionale, nell’odierna camera di consiglio ha dichiarato inammissibile la richiesta di referendum relativa all’articolo 24 (Disposizioni in materia di trattamenti pensionistici) del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito in legge, con modificazioni, dall’articolo 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, nel testo risultante per effetto di modificazioni e integrazioni successive”.

Perché il Referendum anti Fornero è stato respinto?

Quale sono allora le ragioni del mancato accoglimento del referendum? Finalmente habemus risposta. Le motivazioni sono state depositate.

Il testo della sentenza n. 6/2015 della Corte Costituzionale chiarisce i punti principali della questione:

  • il "collegamento" alla legge di bilancio, che andrebbe a violare l’art. 75 della Costituzione italiana, la quale al comma 2 dispone che

"non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio".

  • la palese carenza di omogeneità del quesito

"coinvolgendo esso tutte le disposizioni in materia di trattamenti pensionistici, sia pubblici che privati, oltre a norme in materia di perequazione delle pensioni, di riequilibrio della previdenza per i liberi professionisti e un Fondo per il finanziamento di interventi a favore dell’occupazione giovanile e delle donne".

Ne consegue che la Corte individua un “aggregato indivisibile di norme”, tale che

"l’elettore si troverebbe a dover esprimere un voto bloccato su una pluralità di atti e disposizioni diverse (sentenza n. 12 del 2014), con conseguente compressione della propria libertà di convincimento e di scelta, a presidio della quale, appunto, è posto il requisito della omogeneità del quesito, al fine di garantire l’autenticità della espressione della volontà popolare (sentenze n. 47 del 1991, n. 65 e n. 64 del 1990, n. 27 del 1981, ex plurimis)".

La Corte ha quindi sancito che

"la richiesta in esame è inammissibile per motivi che attengono sia alla natura della normativa che si intende abrogare, sia alla struttura del quesito".

A quanto esposto, si aggiunge una terza motivazione, ovvero il mantenimento degli impegni con l’UE, come si legge nella sentenza infatti:

"Nella Relazione al Parlamento, presentata il 4 dicembre 2011, il Governo evidenziava come - in ragione delle recenti tensioni sui mercati finanziari - ’per mantenere gli impegni assunti in sede europea’ si rendesse, appunto, necessaria una manovra correttiva [della precedente legge n. 183 del 12 novembre 2011] equivalente a circa l’1,3 per cento del Prodotto interno lordo - incidente, per una parte rilevante sul settore previdenziale – ed espressamente qualificava tale intervento come ’collegato’ alla manovra di finanza pubblica per il triennio 2012-2014".