Pensioni, uscita a 64 anni: ecco perché è meglio di quota 100

Pensioni, uscita a 64 anni: ecco perché è meglio di quota 100

Con alcune misure di cui si parla per il 2022, si avrebbero vantaggi consistenti in termini di uscita dal lavoro.

Addio a quota 100 dal primo gennaio 2022. La certezza del sistema previdenziale oggi è questa. Dal 2022 solo chi ha maturato i requisiti entro fine 2021, avendo cristallizzato il diritto alla quota 100, potrà beneficiare ancora di un canale di uscita (quota 100), che farà discutere anche dopo la sua fine.

Ma qualcosa potrebbe cambiare nel 2022, perché è con insistenza che si parla di quota 41 per tutti ma anche di una pensione flessibile con 64 anni di età e 20 di contributi. E forse forse quest’ultima misura per qualcuno, sarebbe pure più appetibile di quota 100.

Flessibilità a 64 anni meglio di quota 100 ecco perché

Quota 100 permette di lasciare il lavoro con 5 anni di anticipo rispetto alla pensione di vecchiaia. Infatti è a 62 anni che la quota 100 fissa l’età minima di uscita. Certo, ci vogliono pure 38 anni di contributi versati. Per il post quota 100 invece, si pensa ad una pensione flessibile dai 64 anni.

A prima vista, un peggioramento evidente dell’età pensionabile alternativa a quella canonica dei 67 anni di età. Dai 62 anni di quota 100 ai 64 anni di questa ipotetica misura di flessibilità, sono pur sempre due anni di attesa in più. Ma, come pure la Corte dei Conti ha confermato, l’età media di uscita è stata abbondantemente sopra i 62 anni, avvicinandosi tanto ai 64 anni di età.

E per questo che pensare ad una misura che ha nei 64 anni l’età di uscita, non è del tutto fuori luogo. E per i nati nel 1958 che non sono riusciti a centrare la quota 100, la misura di cui parliamo potrebbe essere più vantaggiosa.

Pensioni 2022, forse non tutti i mali vengono per nuocere

Sono diverse le ragioni per cui la pensione con quota 100 può essere considerata penalizzante rispetto ad una eventuale misura con 64 anni di età come limite anagrafico minimo.

Escludendo l’età, che dovrebbe fare propendere come vantaggiosa la quota 100 (ma come vedremo c’è un rovescio della medaglia), i fattori che producono un risultato opposto sono molteplici.

Con la misura flessibile dai 64 anni di età, basterebbero 20 anni di contributi versati. Con quota 100 invece necessario è arrivare a 38 anni. E sicuramente non saranno pochi coloro che non sono rientrati in quota 100 per colpa del fardello dei 38 anni di contribuzione.

Per esempio, ci saranno senza dubbio nati nel 1958 piuttosto che nel 1959 o nel 1957, che già in questo 2021 potevano rientrare in quota 100, ma solo dal punto di vista dell’età, non avendo carriere lunghe utili alla misura.

È evidente che se entrasse in vigore una uscita a 64 anni, ma con 20 anni di contributi versati anziché 38, questi soggetti verrebbero agevolati nell’uscita che altrimenti vedrebbe nei 67 anni di età e nella pensione di vecchiaia, l’unica via di uscita, con il materializzarsi del tanto temuto scalone di 5 anni.

E non va trascurato un vantaggio in termini di calcolo della pensione. Se con la misura flessibile a 64 anni di età non ci sarà il ricalcolo obbligato col sistema contributivo, per via dei coefficienti più favorevoli rispetto a quelli usati per le uscite a 62 anni la pensione sarebbe anche di importo maggiore.