Il finanziamento pubblico ai partiti è incostituzionale. Tutte le “leggi illegali”degli ultimi 16 anni

Ripercorriamo come, dal 1993 a oggi, il Parlamento italiano ha violato la Costituzione non rispettando la volontà espressa dai cittadini

Tutte le leggi che, a partire dal 1997, hanno reintrodotto il finanziamento pubblico ai partiti sono da considerarsi incostituzionali. A dirlo è il Procuratore della Corte dei Conti Raffaele De Dominicis, che motiva quanto detto sostenendo che esso sarebbe difforme a quanto sancito dai cittadini nel referendum del 1993.

Insomma tutti i soldi che negli ultimi 16 anni sono andati a rimpinguare le finanze delle varie parti politiche sarebbero vere e proprie sottrazioni illecite di denaro pubblico. In barba alla legge e in barba alla volontà chiaramente espressa dagli italiani sui contributi statali ai partiti.

La storia

Nell’aprile 1993, il Partito Radicale propose una serie di referendum riguardanti la riforma elettorale, le competenze USL e il finanziamento pubblico ai partiti.

Parlando di quest’ultimo, i Radicali sostenevano che esso tendesse ad aumentare il carattere oligarchico, burocratico, parastatale, consociativo dei soggetti politici.

Il quesito recitava così:

"Volete voi che siano abrogati gli artt. 3 e 9 della legge 2 maggio 1974, n. 195: «Contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici», così come modificati e integrati: dalla legge 16 gennaio 1978, n. 11: «Modifiche alla legge 2 maggio 1974, n. 195»; dall’art. 3, comma 1 (Per l’anno 1980 la somma da erogare a titolo di contributo di cui al primo comma dell’art. 3 della legge 2 maggio 1974, n. 195, è fissata in lire 72.630 milioni. Con effetto dal 1º gennaio 1981 la stessa somma è fissata in lire 82.886 milioni annui) e dal comma 6 (La percentuale di cui al primo ed al secondo periodo dell’ultimo comma dell’art. 3 della legge 2 maggio 1974, n. 195, è ridotta al 90 per cento) della legge 18 novembre 1981, n. 659: «Modifiche ed integrazioni alla legge 2 maggio 1974, n. 195 sul contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici»?

Su quasi 37 milioni di votanti, più di 31 milioni votarono SI (90,30%), stabilendo de facto l’abrogazione del contributo.

Nel dicembre del 1993 però, il Parlamento, attraverso la legge n.515, stabilì l’erogazione di rimborsi elettorali, che verranno utilizzati successivamente anche nelle elezioni del 1996.

Sarà solo il primo passo, perché nel 1997, nonostante le proteste del Partito Radicale, con la legge n.2 venne ufficialmente reintrodotto il finanziamento pubblico con il provvedimento che prevedeva la possibilità per il contribuente di erogare, all’interno della dichiarazione dei redditi, il 4 per mille della tassa sul reddito ai partiti. Nel 1999 la legge n.157 ristabilisce un finanziamento completo.

Nel corso dei referendum del 2000 venne riproposto il quesito sull’abolizione, ma a causa del mancato raggiungimento del quorum, il Parlamento riuscì a mantenere intatta la legge vigente. Le norme del 2002 e del 2006 non hanno fatto che ampliare i contributi già previsti in precedenza.

Infine nel 2012 la legge n.96 riduce l’ammontare del finanziamento da 182 a 91 milioni e stabilisce dei criteri base che i singoli partiti devono rispettare per potervi accedere.

La Corte dei Conti

Il Procuratore Raffaele De Dominicis, nell’ambito dell’istruttoria aperta nei confronti di Luigi Lusi, ex tesoriere della Margherita accusato si sottrazione di denaro pubblico, ricordando quanto stabilito dai cittadini nel referendum del 1993, solleva la questione della legittimità delle norme entrate in vigore a partire dal 1997, sostenendo che esse siano:

da ritenersi apertamente elusive e manipolative del risultato referendario, e quindi materialmente ripristinatorie di norme abrogate”.