Autore: B.A

Già 10.000 bar hanno deciso di consegnare le chiavi al governo

Anche con le riaperture, le perdite e le nuove regole che verranno imposte non convincono i bar e i ristoranti italiani che potrebbero non riaprire per niente.

Che sia uno dei settori che più sono stati messi in difficoltà dall’emergenza coronavirus è un dato assodato. Parliamo naturalmente della ristorazione, di bar, pub, ristoranti, trattorie, pizzerie e così via dicendo. Attività chiuse perché ritenute non essenziali anche se alcuni ristoranti e pizzerie hanno adottato la consegna a domicilio dietro ordinazione, come soluzione tampone in questi mesi di lockdown. Ormai è dal 9 marzo che queste attività sono chiuse ed anche chi ha continuato ad accendere forni, fornelli e piastre, per le consegne a domicilio, ha visto drasticamente ridursi il proprio fatturato. Nel decreto Cura Italia queste attività sono state aiutate con il bonus 600 euro e probabilmente nel decreto di aprile riceveranno l’altro bonus da 800 euro. Il settore sarà anche uno degli ultimi a riaprire

Potenzialità ridotta di molto anche nelle riaperture

Un aiuto a questo settore il governo lo ha introdotto. Un bonus a ragione sociale, a partita Iva, nonostante ci siano attività gestite da due o più persone, basti pensare a quelle a conduzione familiare (due fratelli piuttosto che padre e figlio), o a quelle in forma di piccola società.
Dal 4 maggio forse qualcosa riaprirà, ma loro devono aspettare ancora un po’. Sono attività che le task force del governo considerano più rischiose di altre, come se 1000 operai in fabbrica possono stare al lavoro in sicurezza, mentre 20 avventori di un bar no.

E per bar e ristoranti le ultime ipotesi parlano di rispettare il 18 maggio. Ma in che condizioni si riaprirà? Le regole che verranno imposte, dal distanziamento sociale agli orari di apertura e chiusura non convincono.
Senza considerare poi il punto interrogativo sulla clientela. Dopo questa lunga crisi a 360 grado, i clienti avranno soldi e voglia per andare al ristorante piuttosto che al bar a fare colazione?

Dubbi legittimi dei gestori di queste attività. E in molti casi questi punti interrogativi porteranno molte saracinesche a rimanere chiuse.
Si stima che anche con le riaperture, le attività riapriranno con una riduzione fisiologica delle potenzialità, cioè al 30% di queste. E c’è anche chi ha paura di riaprire, perché andranno rispettate prescrizioni igienico sanitarie ben precise, che metteranno a rischio i gestori.

C’è chi crede che a riaperture effettuate, lo Stato (come è giusto che sia visto il coronavirus e l’emergenza sanitaria), aumenti i controlli sul posto di queste attività. E le multe potrebbero fioccare come fioccano quelle sui cittadini che escono per strada senza giustificato motivo. Come si fa a controllare che due clienti non si avvicinino troppo tra loro in un bar? Il gestore deve essere anche “sceriffo” su questo, con il concreto rischio di essere sanzionati da forze dell’ordine. La riapertura dovrebbe prevedere anche il distanziamento sociale dei tavoli, che siano di un bar piuttosto che di un pub o di una pizzeria.

Allontanare i tavoli significa perdere posti a sedere per i clienti. Dove erano presenti 10 tavolini, nella migliore delle ipotesi se ne potranno mettere 5 o 6. Tutto in base alla grandezza del locale, con quelli piccoli che magari non riusciranno a metterne più di 2 o 3. Oppure bisognerà spendere soldi per adeguare le strutture, mettere i separatori in plexiglass di cui tanto si parla e che potrebbero costare caro. In parole povere, dubbi su dubbi. E la categoria si muove lamentandosi della situazione.

L’iniziativa partita da Viterbo

Infatti, sono circa 10.000 bar e ristoranti che hanno già aderito alla iniziativa di un ristoratore di Viterbo, Paolo Bianchini. Sono 10.000 esercenti queste attività che consegnano fittiziamente le chiavi della loro attività al governo, sottintendendo che non apriranno nemmeno adesso che sarà loro permesso. Alle condizioni prima citate queste attività non riapriranno perché non potrebbero andare avanti. “Apertura al 30% della nostra potenzialità vuole dire fallimento sicuro”, questo ciò che i 10.000 (ma se ne aggiungeranno altri, ne siamo certi) ristoratori hanno sottolineato rispetto ai piani di riapertura che sta organizzando il governo con l’aiuto della task force di Colao.

L’iniziativa è spiegata dal suo promotore, il ristoratore viterbese di cui parlavamo prima. “Un metro di distanza dal bancone, due metri tra i tavoli, guanti e mascherine, sono queste le prime indiscrezioni sulle modalità di apertura degli esercizi al 18 maggio prossimo. Noi non accettiamo la condizione del distanziamento, vi immaginate cosa può voler dire ridurre la potenzialità di un ristorante, di un bar pur continuando a sostenere gli stessi costi e le stesse spese che dovremmo sostenere in condizioni normali. Chi accetta queste condizioni, evidentemente non capisce nulla di questo lavoro. Tanti di noi falliranno, non potremo pagare le spese con una riduzione al 30 percento delle potenzialità.

E poi chi verrà nei nostri locali? Chi sta trattando su questi punti ha abdicato al governo e ha già accettato le proposte giocando sulla pelle delle nostre aziende. Ecco perché chiediamo ai sindaci di darci una mano e di consegnare al governo le chiavi dei locali che noi stessi il 29 aprile metteremo nelle loro mani”, questa letteralmente la lettera di lamentele che accompagna l’iniziativa promossa da Paolo Bianchini. L’iniziativa prevede anche un gesto di protesta il 28 aprile, quando questi esercenti apriranno per l’ultima volta le loro saracinesche.

“Il 28 aprile, in segno di protesta, apriremo per l’ultima volta i nostri locali. Accenderemo le luci e tireremo su le saracinesche. Quella che ci viene proposta non è una situazione di sicurezza per i nostri dipendenti e di tranquillità per i nostri clienti. Il governo Conte può pensare di scaricare sulle nostre spalle tutti gli oneri, un atteggiamento di menefreghismo nei nostri confronti che non possiamo accettare. Noi in queste condizioni il 18 maggio non apriremo. Siamo al 24 aprile e nessuno dei nostri dipendenti ha preso un euro di cassa integrazione, cosa aspetta il governo: che qualcuno si uccida?”, queste le dure parole di Bianchini che contesta tutto l’operato del governo, che poi ha continuato con:

“Noi non riprenderemo avendo il 30% del locale aperto e il 100% dei costi. Non è vero che andrà tutto bene, la metà delle nostre aziende in queste condizioni fallirà. E con noi tutto l’indotto, i nostri fornitori. Chi è seduto nelle stanze del Palazzo non ha cognizione del mondo reale. Conte ci sta facendo correre una maratona, con gli occhi bendati e una gamba sola. All’arrivo c’è un burrone e nessuno può giocare con la nostra pelle. La situazione sta degenerando, non abbocchiamo al tranello delle riapertura accontentandoci di incassare due spicci. Noi diciamo che così non si può riaprire, che ognuno si faccia due conti. Aspettiamo il 4 maggio, poi vedremo cosa potremo fare. Ma qualcosa deve cambiare”.