Diventare avvocato in Spagna ed esercitare in Italia? Tutto in regola: primo ok dalla Ue

Diventare avvocato in Spagna, o in altri paesi europei, e poi esercitare la professione forense in Italia è davvero possibile? Il primo via libera ufficiale viene direttamente dalla Corte Ue: ecco che cosa è stato detto.

Diventare avvocato in Spagna ed esercitare in Italia? Non è solo classica frase da banner pubblicitario che lampeggia su internet, e nemmeno il sogno proibito di tanti aspiranti legali italiani, che temono la via crucis dell’esame di Stato vigente nel nostro Paese. Un bel punto a vantaggio di chi sceglie una via da molti considerata più facile, ma a quanto pare non irregolare. E a dirlo, stavolta, è proprio l’Europa.

Diventare avvocato in Spagna (o in Ue) e l’ipotesi di abuso di diritto

Da parte nostra, ci eravamo occupati della questione proprio quando il Consiglio nazionale forense (Cnf) aveva deciso di porre un freno al fenomeno, ricorrendo alla Corte di giustizia della Comunità europea. Il punto contestato, nello specifico, era quello del cosiddetto “diritto di stabilimento”. Infatti, attraverso la Direttiva 98/5/CE (recepita in Italia con il D. Lgs. 2 febbraio 2001 n. 96) si consente agli avvocati comunitari la possibilità di svolgere la propria professione anche in uno Stato europeo differente da quello nel quale hanno ottenuto il titolo professionale. Si tratta, evidentemente, di una norma pensata appositamente per agevolare la libera circolazione degli avvocati europei, ma che – almeno in Italia – sembra aver assunto l’aspetto di un vero e proprio mercato delle abilitazioni.

Gli avvocati “stabiliti” in Italia

Che qualcosa di sospetto ci potesse, lo suggeriva lo stesso numero degli avvocati stabiliti in Italia. Circa il 93 per cento di questi legali con la valigia, infatti, è italiano e l’83 per cento ha ottenuto il titolo in Spagna. Proprio sul registro degli stabiliti, quattro consigli degli ordini degli avvocati (Velletri, Civitavecchia, Latina e Tivoli) avevano provato a introdurre criteri più restrittivi per l’iscrizione (tra i quali un colloquio in lingua straniera e la richiesta dell’esercizio della professione all’estero per almeno un anno), scontrandosi però contro il parere negativo dell’Antitrust.

Il primo parere della Ue

Proprio ieri, a dare manforte agli avvocati made in Ue, è giunto il parere di Nils Wahl della Corte di Giustizia Ue, secondo il quale uno Stato membro non può rifiutare l’iscrizione all’Albo degli avvocati, nemmeno con la motivazione dell’abuso di diritto. Attenzione però: non siamo davanti a una sentenza – o almeno, non ancora – bensì solo a un autorevole parere dell’Avvocato generale. Le sue parole, infatti, non impegnano in alcun modo la Corte, ma rappresentano certo un importante punto a favore degli abogados italiani.