Autore: Fabio Antonio Cerra

Diffamazione a mezzo Facebook: è reato

Le minacce, anche se virtuali, sono espressamente punite dalla legge. Sono previste anche delle aggravanti, data l’enorme quantità di persone che anche solo potenzialmente potrebbero visualizzare i contenuti offensivi scritti sui social.

Il nostro paese è certamente molto litigioso, lo dimostrano i tempi biblici per arrivare a concludere un processo civile di primo grado, che in media dura dai 3 ai 6 anni. Questo è dovuto anche all’elevato numero di cause intentate.

I social network in pochi anni sono diventati i luoghi virtuali dove trascorriamo la maggior parte del nostro tempo quando siamo «connessi». Alle prese con le più disparate discussioni, spesso con persone lontane chilometri da noi e che non conosciamo nemmeno, arrivare ad avere battibecchi ed alterchi non è poi cosa molto difficile, anzi.

Se a tutto ciò aggiungiamo una enorme conflittualità politica e sociale che ha sempre caratterizzato il nostro Paese, e che negli ultimi anni sta avendo una importante recrudescenza, i social media sono diventati delle vere e proprie arene dove spesso le persone tirano fuori il peggio di sé.

Reato di diffamazione

Eppure, la diffusione di messaggi sui social network dal carattere intimidatorio o diffamatorio può spesso risultare idonea ad integrare i presupposti di una condotta penalmente rilevante.

Il legislatore ha infatti previsto l’applicabilità del reato di cui all’articolo 595 c.p. anche al caso in cui esso sia commesso per via telematica o informatica.

A norma dell’articolo 595 del Codice Penale: “chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a milletrentadue euro. Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a duemilasessantacinque euro. Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a cinquecentosedici euro.

Come si evince dalla lettera della legge, il bene giuridico tutelato dall’articolo in questione è rappresentato dalla reputazione, dalla stima diffusa dell’ambiente sociale, dalla opinione che gli altri hanno di un soggetto. La reputazione si può così qualificare come il senso della dignità personale nell’opinione degli altri.

Affinché possa trovare applicazione il reato di diffamazione sarà dunque necessario utilizzare termini che risultino offensivi, lesivi di un soggetto, in base al significato che essi assumono nella comune sensibilità di un essere umano.

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Prevista aggravante

Considerando l’enorme quantità di persone che, anche solo potenzialmente, potrebbero visualizzare i contenuti offensivi, al reato di diffamazione sui social si andrebbe ad aggiunge anche l’aggravante della diffusione per stampa o altri mezzi di pubblicità, così come abbiamo visto essere disposto al terzo comma dell’art. 595 c.p.

La Corte di Cassazione, con le sentenze nn. 8482/2017; 39763/2017; 4873/2017, ha così ha espressamente riconosciuto la possibilità che il reato di diffamazione possa essere commesso a mezzo internet, configurando la propagazione tramite Facebook un’ipotesi che integra quale aggravante quella prevista dal terzo comma dell’art. 595 c.p.