Autore: Giacomo Mazzarella

Pensione

Pensioni, minime a 780 euro per tutti, come funziona la proposta?

Rivalutare del 50% degli assegni pensionistici minimi, questa l’ipotesi su cui lavora il governo.

L’ipotesi è sul tavolo del governo già dallo scorso mese di febbraio, ma adesso inevitabilmente ha subito un rallentamento per via dell’emergenza coronavirus. Le pensioni sembrano siano diventate un argomento marginale, e non poteva essere altrimenti visto ciò che deve contrastare il governo adesso che c’è la pericolosa emergenza del coronavirus. Parliamo della riforma delle pensioni, che oltre a misure di uscita dal lavoro, doveva contenere anche strumenti adatti a rendere più dignitose le pensioni in essere, soprattutto quelle minime.

Per le pensioni minime il progetto era di aumentarle in modo tale da avvicinarle alla soglia della povertà di 780 euro al mese, che poi è anche la cifra del reddito di cittadinanza destinata ad un singolo senza redditi e senza patrimoni. E studi circa la fattibilità di una riforma previdenziale erano già stati prodotti e la pensione minima a 780 euro al mese non era una cosa che sembrava impossibile da realizzare. Indiscrezioni da fonti vicine al governo però, lasciano trapelare che l’ipotesi di riforma previdenziale non è tramontata.

Minime a 780 euro, cos’è?

Innalzare a 780 euro al mese gli assegni pensionistici minimi significa di fatto portare il trattamento minimo dell’Inps ad un aumento pari al 50% circa. Infatti oggi le pensioni minime sono pari a 515 euro. Il problema come al solito sono le risorse, perché un aumento così consistente non può non essere piuttosto oneroso per le precarie casse dello Stato, a maggior ragione oggi che c’è da fare i conti con gli aiuti che devono essere dati ai lavoratori vessati dal coronavirus.

E sembra che i tecnici che lavoravano a questa profonda riforma, sono ancora oggi alla ricerca delle risorse necessarie per garantire un trattamento pensionistico degno di questo nome ai pensionati. Tutto sembrava andare per il verso giusto, anche perché il primo governo Conte aveva deciso di varare insieme al reddito di cittadinanza, anche la pensione di cittadinanza, che prevedeva proprio l’integrazione del reddito mensile dei pensionati più poveri, fino ad arrivare alla soglia dei 780 euro.

I numeri delle pensioni basse

Portare le minime a 780 euro al mese, producendo un aumento del 50% rispetto alle minime erogate oggi, rappresentano dal punto di vista dello sforzo economico, una specie di montagna per l’esecutivo. Numeri alla mano infatti, sono oltre 4 milioni i pensionati a cui oggi l’Inps eroga meno di 780 euro al mese. Anzi, molti percepiscono addirittura meno dei 515 euro delle pensioni adeguate al trattamento minimo. Una operazione che vale 10 miliardi di euro all’anno.

Il governo adesso è completamente assorbito nei decreti e nelle misure atte a garantire forme di sostegno al reddito a chi ha perso reddito per via del lockdown delle attività lavorative non reputate essenziali. La riforma quindi è difficile, ma non impossibile, anche se, nel caso in cui si dovesse ricorrere al Mes, al tanto discusso Fondo salva stati della Commissione Europea, l’ipotesi riforma previdenziale e pensioni minime a 780 euro al mese, potrebbe davvero tramontare, almeno stando alla struttura attuale del Mes.