Autore: Fabio Antonio Cerra

Il fumo uccide. Ma allora perché lo Stato vende le sigarette?

Nonostante sia ormai scientificamente provato che il fumo di sigaretta provochi gravi danni alla salute delle persone quali il cancro, perché ad oggi lo Stato continua a vendere «morte»?

Innumerevoli studi scientifici condotti anche per conto dell’Organizzazione mondiale della sanità, hanno indiscutibilmente accertato e dunque provato che il fumo di sigaretta è la principale causa di cancro ai polmoni. Il tabacco, e il fumo di tabacco, contengono decine di sostanze cancerogene note per essere causa di tumori maligni. Alcuni di questi agenti cancerogeni sono parti naturali della pianta di tabacco, altri invece si generano durante la combustione o le fasi di successiva lavorazione, cura, stagionatura e conservazione del tabacco (come, ad esempio, il benzene e la formaldeide).

Il consumo continuativo di tabacco e la derivante esposizione prolungata a questo tipo di sostanze cancerogene può portare, nel tempo, a sviluppare il cancro ai polmoni. Ma non solo. Secondo i dati pubblicati dall’Agenzia intergovernativa IARC (International Agency for Research on Cancer) facente parte dell’OMS, il fumo di tabacco incide in maniera significativa anche nello sviluppo di altre forme tumorali. Tra esse ricordiamo il:

  • cancro alla laringe, incide per l’84%;
  • cancro all’esofago, incide per il 35%;
  • cancro alla cavità orale, incide per il33%;
  • cancro allo stomaco, incide per il 21%;
  • cancro al pancreas, incide per il 13%;
  • cancro alle ovaie, incide per il 14%.

A pagarne le spese sono anche i non fumatori, ovvero coloro che passivamente inalano il fumo degli altri, come nel caso dei figli di genitori che fumano. La stessa IARC sottolinea come addirittura il 10-15% dei casi di tumori maligni si riscontra proprio tra i soggetti non fumatori.

Ma se allora il fumo fa male, tanto da causare la morte delle persone che fumano e non, perché lo Stato attraverso il suo Monopolio vende le sigarette?

Quanto spende lo Stato per curarci?

In Italia le malattie respiratorie sono la terza causa di morte subito dopo quelle cardiovascolari e neoplastiche. E la tendenza è in continuo aumento. Stando a diversi studi realizzati negli ultimi anni, tutto ciò comporta un’enorme spesa sanitaria allo Stato per il trattamento di pazienti affetti da patologie attribuibili al fumo: circa 6,5 miliardi di euro l’anno.

Quanto guadagna invece per la vendita dei Tabacchi?

Come rileva l’istituto di analisi demoscopiche Eurispes, l’incasso annuale per l’erario tra accise e IVA sui tabacchi si assesta intorno ai 14 miliardi di euro. Togliendo a questa cifra il costo sanitario legato al fumo, lo Stato ottiene comunque un utile di ben 7,5 miliardi di euro circa all’anno. Cinicamente parlando, lo Stato alla fine ci guadagna sempre.

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Proibire la vendita di Stato servirebbe a qualcosa?

Proibire il fumo di sigaretta porterebbe i fumatori a rifornirsi delle stecche dal cosiddetto mercato nero, garantendo in questo modo alle cosche mafiose un flusso di denaro enorme, quantificato come abbiamo visto in svariati miliardi di euro l’anno.

Storicamente, le politiche proibizioniste non hanno mai funzionato, e basta uno sguardo al passato per capirlo. Negli Stati Uniti d’America, nel corso degli anni ’20, lo Stato a stelle strisce con il consenso dei grandi industriali statunitensi proibì la vendita dell’alcool, convinti che gli operai senza alcool sarebbero stati più produttivi e non avrebbero sperperato denaro nei bar, preferendo invece acquistare beni che le fabbriche producevano.

La tolleranza zero però non pagò. Il crimine organizzato entrò nel business che si era venuto a creare della vendita di alcolici e lì prosperò per anni, tanto che nel Il 1933 l’amministrazione con a capo Franklin Delano Roosevelt dovette abolire il proibizionismo.

Appare dunque chiaro come la legalizzazione del fumo di sigaretta e la sua regolamentazione, sottrae un mercato florido alla criminalità organizzata, che qui troverebbe un altro business con cui rimpinguare le proprie già prosperose casse.