
Roma, 16 lug. (Adnkronos Salute) - «La Mash - steatoepatite associata a disfunzione metabolica è una sfida sanitaria perché è difficile da identificare, dal momento che decorre in maniera silente. Nella patologia, il grasso che si accumula all’interno del fegato va incontro a processi infiammatori che poi portano alla formazione di una cicatrice, che si chiama fibrosi. La Mash può avere un percorso benigno, ma in alcune persone tende a diventare una condizione progressiva: la fibrosi in eccesso facilita la cirrosi, la più grave condizione del fegato, che espone anche allo sviluppo di tumore. L’identificazione precoce, con campagne di prevenzione e informazione, dei pazienti con alto rischio di fibrosi è fondamentale. In questo modo possiamo ridurre l’impatto della cirrosi epatica sui sistemi sanitari, sugli ospedali e anche, ovviamente, sulla salute dei pazienti». Così Luca Miele, ricercatore di Medicina interna all’università Cattolica del Sacro Cuore e direttore dell’Uos Clinica del pre-trapianto di fegato e Ambulatorio Steatosi presso la Fondazione Policlinico Gemelli Irccs di Roma, intervenendo all’incontro con la stampa dedicato alla malattia, organizzato oggi a Milano da Madrigal.
Ad essere maggiormente a rischio di sviluppare la Mash sono «i pazienti con diabete, obesità o disturbi metabolici - spiega Miele - La diagnosi di cirrosi è un carico importante dal punto di vista emotivo per il paziente e per la famiglia, perché sono ben a conoscenza di quello che comporta. L’impatto riguarda poi anche gli ospedali e il sistema sanitario, perché la cirrosi ha un costo importante dal punto di vista assistenziale, non solo per l’utilizzo delle risorse e del personale, ma anche per le possibilità terapeutiche, tra cui, in alcuni casi, il trapianto di fegato, una risorsa importante che il sistema sanitario garantisce».