Autonomia, Salutequità: «Riforma al buio, a rischio diritto alla salute»

Autonomia, Salutequità: «Riforma al buio, a rischio diritto alla salute»

AdnKronos - salute

Roma, 12 giu. (Adnkronos Salute) - «A oggi mancano le condizioni necessarie e sufficienti per poter far avanzare il processo di approvazione degli schemi di intese preliminari per l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia nella materia di tutela della salute - coordinamento della finanza pubblica». Così Tonino Aceti, presidente di Salutequità, ’laboratorio italiano’ per l’analisi dell’andamento e dell’attuazione delle politiche sanitarie e sociali e per la loro innovazione, con particolare riguardo ai principio dell’equità, durante l’audizione alla Commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati sugli schemi di intesa preliminare tra il Governo e le Regioni Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, per l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia. Secondo Salutequità il percorso verso l’autonomia differenziata presenta ancora numerose criticità. Aceti evidenzia «l’incertezza legata all’aggiornamento dei Lea e dei Lep, l’assenza di costi e fabbisogni standard definiti, un sistema di riparto delle risorse ritenuto iniquo e controlli insufficienti sulla qualità dell’assistenza sanitaria». L’associazione denuncia inoltre «la mancanza di una valutazione indipendente sugli effetti che una maggiore autonomia per Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto potrebbe avere sul resto del Paese. In particolare, non sarebbero stati analizzati adeguatamente gli impatti sui bilanci regionali, sulla mobilità di pazienti e professionisti sanitari, né sulle garanzie di equità nell’accesso alle cure e nel rispetto dei diritti dei cittadini». Per queste ragioni, Salutequità definisce l’operazione una «riforma al buio», con il «rischio di accentuare le disuguaglianze territoriali e favorire un regionalismo competitivo anziché solidale».

La posizione dell’associazione - si legge in una nota - nasce dalla constatazione che «manca una valutazione indipendente, basata su dati e analisi oggettive, sull’impatto che una maggiore autonomia delle quattro Regioni potrebbe avere oltre che al loro interno anche sullo Stato e sulle altre Regioni che non hanno richiesto autonomia differenziata, con effetti sulla sostenibilità dei servizi sanitari regionali, sui principi di equità e solidarietà del Ssn, su quello dell’unità della Repubblica, configurando il rischio di un regionalismo asimmetrico di tipo competitivo, anziché solidale e cooperativo, anche alla luce dell’assenza di misure perequative, a partire da quella dell’attuazione del Fondo perequativo». Per Salutequità «non sono stati approfonditi i possibili effetti economico-finanziari, né quelli relativi alla mobilità sanitaria di cittadini e professionisti, né tantomeno le conseguenze sull’equità di accesso alle cure e sul rispetto uniforme dei diritti dei pazienti su tutto il territorio nazionale».

L’autonomia differenziata in sanità «rischia di essere attuata senza adeguate garanzie e valutazioni preventive», avverte Aceti sottolineando che «gli attuali Lea, fermi al 2017, sono ormai superati» e che «le recenti decisioni del Tar hanno aumentato l’incertezza sui diritti sanitari effettivamente garantiti ai cittadini». L’associazione evidenzia inoltre «l’assenza di criteri oggettivi per definire costi e fabbisogni standard» e giudica «ancora insufficiente il sistema di monitoraggio dei Lea, che mostra forti differenze tra le Regioni». Secondo Salutequità, «consentire alle Regioni più forti di disporre di maggiori risorse e autonomia gestionale potrebbe accentuare il divario territoriale, favorendo la migrazione di pazienti e professionisti sanitari dalle aree più deboli». Per questo l’associazione chiede sistemi indipendenti di monitoraggio e valutazione dell’impatto della riforma, ritenendo che l’attuale quadro normativo non offra garanzie sufficienti per tutelare equità, solidarietà e uniformità del diritto alla salute su tutto il territorio nazionale. «Procedere in queste condizioni - conclude Aceti - significherebbe mettere a rischio i principi di equità, solidarietà e unità che sono alla base del Servizio sanitario nazionale, esponendo i cittadini a una pericolosa frammentazione dei diritti e delle opportunità di cura».