Autore: Stefano Vetrone

Migranti - Meteo e Clima - Nuova Zelanda

13
Nov

Il rifugiato climatico: la proposta della Nuova Zelanda

Il governo laburista neozelandese ha in mente un nuovo visto: accoglienza nel Paese per chi fugge da catastrofi ambientali.

Questa nuova categoria di richiedente asilo non è riconosciuta dalle istituzioni e non è disciplinata dalle convenzioni moderne. Qualche mese fa, col livello del mare ormai alle calcagna, e con le sue gelide acque a lambire case, parchi e scuole, alcune famiglie dell’isola Tuvalu hanno richiesto asilo alla vicina Nuova Zelanda.

Il tribunale per l’immigrazione ha respinto la domanda delle famiglie e, in attuazione della convenzione del 1951 sui rifugiati, ha negato l’accoglienza ai nuovi richiedenti perché non perseguitati in base alla loro razza, religione, nazionalità o adesione a gruppo politico.
Nemmeno l’impossibilità di accesso delle famiglie a regolari forniture d’acqua potabile ha indotto ripensamenti nel tribunale neozelandese. Da qui la necessità di un nuovo progetto e l’idea di un visto speciale.

Le nuove frontiere dell’accoglienza umanitaria.

James Shaw, ministro del cambiamento climatico del nuovo governo laburista e leader dei Verdi, ha reso pubblico lo stato dei lavori in corso dell’esecutivo neozelandese.
L’intenzione è quella di offrire 100 ingressi l’anno a coloro che fuggono da inondazioni, uragani, eruzioni, smottamenti. Al progetto, dichiara Shaw, lavorerà una taskforce composta dalle “isole del pacifico”, che si occuperà dei problemi dovuti all’innalzamento del livello delle acque e delle temperature climatiche.

Il ministro ribadisce la piena volontà di riconoscere e tutelare la nuova figura del rifugiato ambientale, attraverso l’istituzione di un visto speciale, sperimentale, dedicato agli sfollati dei disastri ambientali provocati dall’uomo. Il primo obiettivo, sottolinea Shaw, è sempre la prevenzione; ma il dialogo politico, nonostante gli Accordi di Parigi, non sembra essere univoco in materia di standard e politiche ambientali (vedi caso Usa).

La strada da fare.

La proposta umanitaria che affiora nel bel mezzo dell’oceano Pacifico, dove le avvisaglie del disastro non sono più uno sterile indizio, è ancora in cantiere, ma ha già aperto il dibattito sul fatto tutto nuovo nel panorama internazionale: come riconoscere questo status di rifugiato? come dare asilo? come tutelare gli sfollati?

Intanto, però, la battaglia più importante si combatte sul fronte della prevenzione, nelle trincee degli interessi nazionali, tra le resistenze economiche e private. Tra qualche anno (studi scientifici lo dimostrano puntualmente e minuziosamente) i ghiacciai dei poli si scioglieranno come biscotti nel latte caldo, i vulcani vomiteranno tutta la loro ira su uomini imprudenti, e le nostre città verranno popolate da strani pesci con tre occhi e nove code.
E l’uomo, la più meschina e avversa forza della natura, avrà definitivamente portato a termine la sua missione: stravolgere il corso naturale del tempo e degli eventi.