Autore: Fiammetta Rubini

Italia - Immigrazione

16
Mag

“I migranti devono conformarsi ai nostri valori”: la condanna della Cassazione

I migranti che arrivano da noi dovranno conformarsi ai valori occidentali. I giudici della Cassazione spiegano: “la società multietnica è una necessità, ma la sicurezza pubblica è un bene da tutelare”.

Gli immigrati che scelgono liberamente di vivere nel mondo occidentale sono obbligati a conformarsi ai nostri valori e alle nostre abitudini. A dirlo non è stato Matteo Salvini, ma una recente sentenza della Corte di Cassazione nel condannare un indiano sikh di Mantova che considerava un suo diritto circolare con un coltello sacro secondo i precetti della sua religione.

L’attaccamento ai propri valori religiosi e culturali, anche se leciti nel Paese di provenienza, non possono essere tollerati e accettati se violano i valori della società ospitante, spiegano i togati. “La società multietnica è una necessità” e la cultura d’origine non deve essere abbandonata, a patto che non sia in contrasto con il bene collettivo della sicurezza pubblica.

Lo Stato si trova quindi a limitare la libertà di manifestare una religione, ma solo se i suoi precetti ostacolano la difesa dei diritti e della libertà altrui: a tal fine è ovvio porre il divieto del porto d’armi e di oggetti atti a offendere, seppur considerati oggetti sacri nel Paese d’origine.

“La sentenza è molto equilibrata - commenta il direttore di Migrantes (Cei) Giancarlo Perego - in quanto sottolinea anche il valore di diversità e multiculturalità, e la necessità di un cammino di integrazione degli immigrati. Ora, però, la politica non strumentalizzi”.

Il caso del coltello sacro indiano

Il verdetto della Suprema Corte sull’integrazione giunge in seguito al caso di un indiano sikh che nel 2013 è stato sorpreso a Goito (Mn), sede di una grande comunità sikh, mentre usciva di casa armato di kirpan, un coltello lungo 18 centimetri considerato un simbolo sacro e, al pari del turbante, il suo porto è sentito come un dovere religioso.

Il Tribunale di Mantova lo ha condannato a pagare un’ammenda di duemila euro, ma lui ha fatto ricorso. La richiesta dell’uomo è stata condivisa dalla Procura della Suprema Corte, che ha chiesto l’annullamento senza rinvio della sentenza di condanna giustificando il comportamento con la diversità culturale.

La condanna della Cassazione

Adesso si è espressa la Cassazione, che ha respinto il ricorso spiegando che

“In una società multietnica la convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere. Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell’art. 2 della Costituzione che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante”.

Si cita anche l’articolo 9 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo secondo cui

“la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo può essere oggetto di quelle sole restrizioni che, stabilite per legge, costituiscono misure necessarie in una società democratica, per la protezione dell’ordine pubblico, della salute o della morale pubblica o per la protezione dei diritti e della libertà altrui”.